E' da un po di tempo che sto scrivendo una sceneggiatura teatrale che ha come soggetto due maschere che si rendono conto di essere interpretate da due attori. E' un'idea che mi incuriosisce.
Per certi versi mentre l'attore recita una parte infonde una sorta di vita alla maschera: le sensazioni, i pensieri e le situazioni del mondo ristretto del palcoscenico "vivono" la loro breve vita incosciente per poi interrompersi al'improvviso, col sipario che si chiude.
C'è una strana simmetria iperbolica tra la vita di una maschera e quella di un uomo. Entrambi vivono una piccola frazione del tempo che gli scorre intorno, entrambi vivono immersi in qualcosa che non possono afferrare e si ritrovano entrambi catapultati sulla linea d'arrivo quasi all'improvviso, sempre con lo stesso punto di coscienza.
Non riesco ancora a visualizzare il finale, la scena che finirà col sipario che si chiude. Provo ad immaginare come mi comporterei Io se un giorno mi rendessi conto di essere, come una maschera, un semplice personaggio di una messinscena già scritta e forse già rappresentata.
In fondo anche le possibilità a mia disposizione sarebbero sempre le stesse. Continuare a vivere o morire. Ma in ogni caso sarebbero state già scelte per me da uno sceneggiatore...
Ah leggere... fiumi di parole. No, non fiumi... mari semmai o oceani a perdita d'occhio. Credo che mi prenda sempre così. Ci sono periodi che non riesco a leggere nulla e magari mi viene naturale scrivere o creare o muovermi sulla terra in cerca di qualcos'altro e altri in cui invece ho necessità di tuffarmi in quelle lettere nere su sfondo bianco. Senza sosta, in ogni momento libero. Tutto il resto passa in secondo piano.
Un libro dopo l'altro.
Forse è un modo per nutrire la mia immaginazione o per dar consistenza a pensieri e coscienze subconscie. O magari per aggiungere combusibile nuovo alla fornace dei sogni. Non so.
Fattostà che questo è uno di quei periodi. Fatto di storie e di pensieri. Tutto questo scorrere di lettere stampate produce nella mia mente un copioso brulicare di idee e di immagini.
E venendo stimolate vengono fuori dalla memoria immagini e intuizioni passate. E fantasie dimenticate e ricordi immaginari di qualche pensiero che mi è balenato in chissà quale momento di chissà quale giorno perduto. Esistono tante memoriee in realtà non tutti i ricordi sono ricordi di qualcosa di vissuto. In un certo senso se siamo ciò che ricordiamo siamo anche ciò che immaginiamo e pensiamo. E sognamo. Giacchè nella memoria anche questi hanno lo stesso peso e la stessa importanza.
Siamo azione, ma anche immaginazione e sogno...
Ricordo questa scena per esempio. C'è una stanza in penombra, grande pressapoco quanto due aule del mio vecchio liceo, sviluppata in profondità. La scarsa luce viene diffusa dagli angoli, ma è velata da un vetro nero o forse è semplicemente l'atmosfera ad incupirne l'intensità. Sulla parete lunga, di fronte all'ingresso c'è un gradino alto pressapoco mezzo metro che scorre lungo tutta la superficie, largo una quarantina di centimetri e sempre dello stesso colore scuro, o forse semplicemente adombrato, dei muri. Sull'angolo di fronte alla porta c'è una figura che si confonde con l'oscurità, quasi nascosta, china sullo zoccolo del muroe avvolta in drappi neri. Nella mano sinistra ha un mazzo di fotografie e lentamente ne prende una alla volta e la lascia andare in un corso d'acqua che è ricavato all'interno del gradino. Le foto, in bianco e nero, scivolano via sull'acqua e si perdono per sempre in fondo alla stanza. La figura procede impassibile nel suo lento movimento e nonostante non le si veda il volto la malinconia che trasmette è palpabile, come se la stanza stessa fosse il riflesso di questo suo stato mentale.
E' un frammento di qualcosa che avevo immaginato tempo fa, anni fa. Doveva essere una parte di un qualcosa che avrebbe dovuto prender forma. E invece è rimasta latente nel limbo delle cose inconsistenti. dei pensieri. dei sogni...
Il simile richiama il simile. Forse è per questo che la mente ogni tanto sente la necessità di viaggiare sulle pagine di qualche storia. Di tracce sulla carta. Per ritrovare qualche porzione di se stessa che ha perduto lungo il cammino. Lungo il corso inesorabile dell'oblio...
Che posso dire... non sarà un film esistenzialista o dai contorni filosofici squisitamente profondi, ne tantomeno un film d'arte o una prosa cinematografica bollata Dogma 95.
Per la verità non avevo dubbi dato che il soggetto è di Neil Gaiman, noto soprattutto per il suo masterpiece a fumetti "Sandman" che a mio tempo ho letto e riletto... e riletto...
Immagino una sala completamente nera. Ai bordi ci sono persone che vocalizzano cacofonicamnte con sussurri e urla. Qualcuno ha un oggetto con il quale produce sporadicamente un suono. Le luci sono fioche e velate di rosso. Non convergono al centro ma illuminano le mani delle persone sedute. Per terra, nascoste da drappi neri.
Questa scena non è la parodia di un sabbah o di un rituale tetro e misterioso: è semplicemente il luogo dove vorrei essere adesso.
Al centro della sala a danzare. Bendato. A seguire i rumori e le voci e le follie sonore che arrivano da tutti i lati.
I suoni, striduli e scordati.
E danzare... danzare come un folle fino allo sfinimento.
Danzare immaginando e recitando come su un palco ideato da un pazzo.
Ideato da me.
Senza melodie definite e armoniose. Per sintonizzarmi su un disordine sonoro che riproduca le sensazioni qua fuori. Sconnesse, frammentarie, disordinate. Ma reali.
Immaginare di scorrerci in mezzo come se fossero strumenti di un'infinito canto eufonico. Il canto di tutto ciò che esiste e si muove e si evolve e si trasforma...
Immaginare il canto del'esistente.
Adesso ho un enorme bisogno di sfogarmi...
Mi mancano gli esperimenti musical-teatrali che facevo tempo fa...
Stanotte ho fatto un sogno surreale. Non ne intuisco l'origine. Forse a mettermi su certe lunghezze d'onda siono stati gli studi che ho fatto o forse lo stress che ultimamente mi annebbia la mente... o forse qualche puntata dimenticata di Passaggio a Nordovest o di qualche programma affine. Fattosta che il sogno di stanotte è così curioso che ho voglia di descriverlo...
L'inizio come sempre non lo ricordo, l'unica cosa che posso dire è che ad un certo punto, nei miei viaggi onirici, prendo coscienza dell'esistenza di un popolo di uomini marini, come li chiamo nel sogno, che vivono tra mare e costa in un ciclo di vita notturno. Sono creature anfibie e sebbene siano praticamente uomini hanno delle differenze anatomiche che gli consentono di vivere tra mare e terra, in uno stato culturale beatamente spensierato. Abitano nella costa occidentale della Sardegna. Più o meno dalle parti di Buggerru e Portixeddu. Non so come mi sia imbattuto in queste conoscenze, ma sono decisamente incuriosito dagli aspetti evolutivi che hanno portato a questa specie anfibia, quindi decido di andare a dare un'occhiata con alcuni amici nei luoghi abitati da queste strane creature.
La scena cambia, mi ritrovo su una spiaggia al calar della sera. Non ricordo come ci sono arrivato, comunque vagamente ho il ricordo di aver sognato di esserci arrivato tra meraviglia e paura. Siamo seduti in cerchio e ascoltiamo una ragazza che parla. E' una donna marina che ha scelto di abbandonare la strada della sua specie per inserirsi nella società umana. I suoi lineamenti la tradiscono, con le orecchie apena abbozzate e il naso piccolo e schiacciato, comunque è molto bella e emana un fascino non comune. Parla della nostalgia del mare e della notte: piange per il mondo che ha perduto per sempre. Ha sofferto ma è stata costretta a scegliere il mondo degli uomini, perchè il suo non esiste più. Irrimediabilmente votato all'estinzione. Intorno la notte cala e figure slanciate si tuffano nel mare notturno...
Il sogno muta, all'improvviso sto rivivendo il percorso evolutivo di questi uomini marini. In origine avevano ali e si libravano nel cielo. Sto volando sulle distese di rocce e cisto della costa ovest. Provo una sensazione di libertà molto forte. Ma la storia evolutiva prosegue, gli uomini marini perdono le ali e vanno a vivere sulle rocce levigate in riva al mare. La scena passa dal panorama sconfinato visto dal cielo allo spazio ristretto e roccioso del rifugio degli uomini marini.
Improvvisamente il mare scompare e gli uomini marini sono diventati piccoli come pipistrelli. Riescono a sopravvivere grazie alla loro abilità di mimetizzarsi sulla pietra. Camaleontici e nascosti. Nel sogno sono uno di loro, sto fermo in un angolo di queste rocce, vicino ad un piccolo pertugio, sperando di non cadere vittima dei predatori di turno ( ...bella sensazione eh? ). Pipistrelli, pterodattili e successivamente uomini. Proprio gli uomini... si, perchè pare che siano gli uomini i principali predatori in questo sogno, quel genere di predatori che quando compaiono all'orizzonte senti la tua vita in pericolo. Li vedo comparire sulle rocce e fare incetta dei miei simili. Ma ad un certo punto se ne vanno in fila con la "selvaggina" sulle spalle. L'unico predatore che riesce a raggiungere la mia tana è un serpente. Un serpente colorato con il muso nerissimo, simile al serpente corallo, ma con tonalità sul verde acqua. Ne ho paura mentre lo vedo avvicinarsi tra i rami ma alla fine ingaggio con lui una lotta furiosa. So che la mia specie è specializzata nell'uccidere questi rettili, per cui prendo fiducia, eppure riesce ad annodarsi intorno a me e a mordermi ripetutamente. In mezzo alla schiena. Un dolore pungente. Ma alla fine riesco a liberarmi, anche se non so come...
Il sogno cambia di nuovo. Le rocce che prima erano la mia tana ora sono in un terreno di famiglia, in mezzo ai tipici boschi di leccio e sottobosco cistoso della Sardegna. Sono con la mia famiglia, stiamo lavorando, togliendo cespugli e legna secca. Ci sono due grotte, delle quali una è stata riutilizzata da un pastore come ovile. L'altra invece sembra custodisca qualcosa di ancestrale, ma non riesco a capire cosa.... in seguito mi accorgo che oltre le radici e i cespugli che celano l'entrata vi sono abbozzate delle scale. C'è un qualcosa che mi attrae la dentro. Discuto con mio padre del fatto che parte del terreno ci sia stato espropriato perchè non lo abbiamo mai curato a dovere. In questo terreno espropriato ci sono proprio le due spelonche. Lui sostiene comunque di essere in grado di riottenerle. Così senza soluzione di continuità narrativa giungono sul luogo con macchine e altri mezzi alcuni membri di chissà quale ente, comune, regione o che altro. Inizia una discussione nella quale entra in gioco anche la mia macchina...
L'ultimo spezzone del sogno è frammentario, ero in dormiveglia e mi stavo rigirando nel letto, per cui ho solo qualche sprazzo: io che sto vendendo un oggetto ad un commissario di questo fantomatico ente; una mia collega che mi aiuta sul finire.... poi il sogno diventa un'altro. Protagonisti oltre a me la mia ex, il suo ex e il mare... ma questo è un altro sogno ;-)
Sto ragionando da stamattina sul senso di questo viaggio onirico. C'è sicuramente un desiderio malcelato in queste immagini, primordiale e nostalgico, come quello descritto dalla giovane donna marina. La caduta dal cielo, il rintanarsi in mezzo alle rocce cercando di rimanere nascosto alla vista. La lotta con la serpe e infine il mio terreno con le grotte. Una delle due è nascosta ed ha un alone misterioso che mi attrae quasi morbosamente. Sento di dover venire a capo di ciò che nasconde. Ma la necessità di riaverla dopo l'esproprio ha sopraffatto nel corso del sogno il mistero che racchiudeva e che è quindi rimasto irrisolto.
Tuttavia c'è una sensazione che non riesco ad identificare legata a questo sogno e che mi è rimasta addosso. La sento ancora a fior di pelle. Mi ha fatto sovvenire il ricordo di altri sogni che avevo dimenticato. Sempre ricchi di mare e rocce e luoghi dimenticati...
La geografia dei miei sogni è caratterizzata da simmetrie imperscrutabili... analogie sottintese e relazioni incomprensibili. C'è un po di magia simpatetica in tutto ciò e a volte sento di esser quasi riuscito a carpirne il segreto. Eppure c'è sempre un inezia che mi separa dalla comprensione assoluta di ciò che sogno.
Io e il mio inconscio dialoghiamo usando due dialetti diversi. Probabilmente sono le sottigliezze che ci impediscono di raggiungerci...
Sono fermo su una roccia, la foresta pluviale si è interrotta bruscamente sul vuoto che mi sta davanti. I miei uomini sono ammutoliti. Zanzare, umidità e deliri febbricitanti sono ormai su un gradino percettivo troppo basso per poter essere avvertiti. L'unica cosa che conta adesso è lo spettacolo a cui stiamo assistendo. Un'infinità d'acqua si riversa con una violenza inaudita tra le rocce e i bordi della foresta. In miriadi di rivoli si lascia scivolare a picco sul suolo sottostante, decine di metri più sotto, creando nebulose d'acqua fittissime striate da diafani arcobaleni. La vastità di tutto questo è ineffabile. Il boato che la massa d'acqua produce riversandosi di sotto è assordante... nella mente c'è uno spazio assolutamente insufficiente per comprendere tutto ciò che vediamo, che sentiamo, che proviamo. Siamo totalmente sovrastati da questo pressante miraggio. Da questo sogno reale.
In questa terra lontana e sconosciuta Dio ha nascosto il suo giardino proibito. Chi siamo noi soldati senza esercito, guerrieri senza battaglia per poter attingere alla sua bellezza? Come osiamo sbiriciare tra i segreti della sua creazione?
Ciò che esploratori e conquistadores hanno visto e vissuto sulla loro pelle nei secoli in cui l'uomo si affacciava negli angoli dimenticati del proprio mondo è una porzione di intensità e meraviglia irripetibilmente perduta nelle spire di memorie umane dimenticate per sempre. Ma anche solo immaginarne la portata uò essere un'esperienza estatica, potente, assoluta... immaginare la meraviglia di trovarsi di fronte a qalcosa tanto bello e grande da eludere qualsiasi immaginazione o previsione. Qualcosa che non esisteva fino al momento in cui è stata scoperta.
In mezzo a quel vuoto ci fu un sussulto dolce e leggero, appena alla mia destra. 
Il vecchio si ritrovò mentre fissava il vuoto, la luce della luna filtrava dalla finestra proiettando sottili ombre sulle pareti spoglie della camera. Per un istante il vecchio vacillò, sulla sedia, come se si fosse destato all'improvviso da un sonno senza sogni. Un brivido di freddo scosse le braccia e lo sguardo dell'anziano uomo si posò sulle braci ormai spente nel camino. Tutto taceva, il cielo era pulito e le cime degli alberi immobili intorno alla casa. Nemmeno un bisbiglio sfuggiva alle ombre che popolano la notte, non un insetto, non una foglia che cade morta al suolo. Cos'era successo, si era addormentato? Il piacevole tepore che si spandeva dalle braci doveva aver raggiunto le sue membra inducendolo al sonno qualche otra prima. Così sospirò mentre si stringeva nelle spalle e guardò il letto, non lontano dal camino, che l'aspettava come ogni notte nella penombra di quella camera in legno che era tutta la sua casa.
Fu allora che un pensiero fugace giunse all'attenzione della coscienza: il ricordo di qualcosa di terribile e meraviglioso che adesso stranamente si sentiva addosso. Aggrottò la fronte teso a ricordare qualcosa di lontano o di perduto per sempre, e mentre il suo respiro echeggiava nel silenzio imperioso del mondo che sognava, senza rendersene conto spalancò gli occhi e di scatto si voltò alla sua destra, come se si fosse infine reso conto di chi stava ad attenderlo.
Stava in piedi l'anziana megera, vestita di un cencio nero come la notte, che lo guardava in silenzio con gli occhi enormi e vispi come quelli di un gatto. L'uomo fece per aprir bocca ma furono le parole della vecchia a rompere quel silenzio innaturale. "Allora, sto aspettando, dimmi il tuo terzo desiderio". La voce stridula e e dissonante ben si addiceva alla labbra secche e sottili della donna. L'uomo per un attimo rimase a fissarla poi, arrendendosi all'insensatezza di quella visione rispose: "Tu mi chiedi di esprimere un terzo desiderio, ma come posso esprimere un terzo desiderio se non ho espresso ne il primo e ne il secondo?". " Ti ho concesso già due desideri vecchio, ma col tuo secondo desiderio mi hai chiesto di riportare ogni cosa a prima di esprimere il primo desiderio, ora te ne rimane uno solo".

Quale strano sogno lucido stava vivendo, eppure le fitte di freddo lo riportavano alla realtà notturna che stava vivendo e lo sguardo inumano della megera era qualcosa troppo orribile per appartenere al mondo dei sogni. Un desiderio, quale poteva essere il più grande desiderio che poteva avere, al tramonto della vita di fronte alle infinite possibilità che aveva davanti a se? La strega lo guardava immobile con quell'espressione gelida, nascosta dietro la pelle spessa e rugosa. Cosa avrebbe chiesto a quella creatura tetra e misteriosa che per qualche impossibile artificio del destino si trovava dinnanzi a lui? Nel fiume angoscioso dei quesiti della vita, si delineò infine la radice di ogni questione, la fonte di ogni incertezza, lo scopo della ricerca che ogni uomo compie nell'arco della sua piccola vita. Sapeva cosa avrebbe chiesto a quell'apparizione, possibile che la vita gli avesse riservato questo immenso dono prima della morte?
"Non so chi sei, donna, anche se mi appari come la più terribile delle streghe notturne. Non so cosa ti ha portato quì, nella casa di un vecchio sconosciuto al mondo ma evidentemente non al destino. Ma se puoi esaudire un mio desiderio allora ti chiedo questo: voglio sapere chi sono io"
La donna contorse il suo viso in un'espressione stranamente ghignante, quasi divertita mentre muoveva la sua mano verso l'uomo che la guardava. "Quant'è bizzarro il destino. Ti concedo questo desiderio per la seconda volta vecchio, giacchè mi hai chiesto la stessa cosa col tuo primo desiderio". E mentre pronunciava queste parole, con una voce divertita, scomparve per sempre nell'oscurità della notte.
* Questo racconto prende spunto da una piccola storia raccontata da Yves, un personaggio di "Planescape Torment", un role playing game per pc dai contenuti insolitamente profondi...