13/05/2008

E' da un po di tempo che sto scrivendo una sceneggiatura teatrale che ha come soggetto due maschere che si rendono conto di essere interpretate da due attori. E' un'idea che mi incuriosisce.

Per certi versi mentre l'attore recita una parte infonde una sorta di vita alla maschera: le sensazioni, i pensieri e le situazioni del mondo ristretto del palcoscenico "vivono" la loro breve vita incosciente per poi interrompersi al'improvviso, col sipario che si chiude.

C'è una strana simmetria iperbolica tra la vita di una maschera e quella di un uomo.  Entrambi vivono una piccola frazione del tempo che gli scorre intorno, entrambi vivono immersi in qualcosa che non possono afferrare e si ritrovano entrambi catapultati sulla linea d'arrivo quasi all'improvviso, sempre con lo stesso punto di coscienza.

Non riesco ancora a visualizzare il finale, la scena che finirà col sipario che si chiude. Provo ad immaginare come mi comporterei Io se un giorno mi rendessi conto di essere, come una maschera, un semplice personaggio di una messinscena già scritta e forse già rappresentata.

In fondo anche le possibilità a mia disposizione sarebbero sempre le stesse. Continuare a vivere o morire. Ma in ogni caso sarebbero state già scelte per me da uno sceneggiatore...



Oblivious
 
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Ah leggere... fiumi di parole. No, non fiumi... mari semmai o oceani a perdita d'occhio. Credo che mi prenda sempre così. Ci sono periodi che non riesco a leggere nulla e magari mi viene naturale scrivere o creare o muovermi sulla terra in cerca di qualcos'altro e altri in cui invece ho necessità di tuffarmi in quelle lettere nere su sfondo bianco. Senza sosta, in ogni momento libero. Tutto il resto passa in secondo piano.

Un libro dopo l'altro.

Forse è un modo per nutrire la mia immaginazione o per dar consistenza a pensieri e coscienze subconscie. O magari per aggiungere combusibile nuovo alla fornace dei sogni. Non so.

Fattostà che questo è uno di quei periodi. Fatto di storie e di pensieri. Tutto questo scorrere di lettere stampate produce nella mia mente un copioso brulicare di idee e di immagini.

E venendo stimolate vengono fuori dalla memoria immagini e intuizioni passate. E fantasie dimenticate e ricordi immaginari di qualche pensiero che mi è balenato in chissà quale momento di chissà quale giorno perduto. Esistono tante memoriee in realtà non tutti i ricordi sono ricordi di qualcosa di vissuto. In un certo senso se siamo ciò che ricordiamo siamo anche ciò che immaginiamo e pensiamo. E sognamo. Giacchè nella memoria anche questi hanno lo stesso peso e la stessa importanza.

Siamo azione, ma anche immaginazione e sogno...

Ricordo questa scena per esempio. C'è una stanza in penombra, grande pressapoco quanto due aule del mio vecchio liceo, sviluppata in profondità. La scarsa luce viene diffusa dagli angoli, ma è velata da un vetro nero o forse è semplicemente l'atmosfera ad incupirne l'intensità. Sulla parete lunga, di fronte all'ingresso c'è un gradino alto pressapoco mezzo metro che scorre lungo tutta la superficie, largo una quarantina di centimetri e sempre dello stesso colore scuro, o forse semplicemente adombrato, dei muri. Sull'angolo di fronte alla porta c'è una figura che si confonde con l'oscurità, quasi nascosta, china sullo zoccolo del muroe avvolta in drappi neri. Nella mano sinistra ha un mazzo di fotografie e lentamente ne prende una alla volta e la lascia andare in un corso d'acqua che è ricavato all'interno del gradino. Le foto, in bianco e nero, scivolano via sull'acqua e si perdono per sempre in fondo alla stanza. La figura procede impassibile nel suo lento movimento e nonostante non le si veda il volto la malinconia che trasmette è palpabile, come se la stanza stessa fosse il riflesso di questo suo stato mentale.

E' un frammento di qualcosa che avevo immaginato tempo fa, anni fa. Doveva essere una parte di un qualcosa che avrebbe dovuto prender forma. E invece è rimasta latente nel limbo delle cose inconsistenti. dei pensieri. dei sogni...

Il simile richiama il simile. Forse è per questo che la mente ogni tanto sente la necessità di viaggiare sulle pagine di qualche storia. Di tracce sulla carta. Per ritrovare qualche porzione di se stessa che ha perduto lungo il cammino. Lungo il corso inesorabile dell'oblio...



Oblivious
 
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11/11/2007

..."siamo umani perché osserviamo le stelle, o le osserviamo perché siamo umani?"¹...
 
 
Nave volante a pesca di fulmini - da Stardust di Matthew VaughnChe posso dire... non sarà un film esistenzialista o dai contorni filosofici squisitamente profondi, ne tantomeno un film d'arte o una prosa cinematografica bollata Dogma 95.
 
 
Però io ho un inguaribile debole per fiabe e favole siano esse scritte, animate, a fumetti o come in questo caso inscenate in versione cinematografica a stelle e strisce.
  
 
...e manco a dirlo ne sono rimasto incantato...
 
 
Stella caduta... - da Stardust di Matthew VaughnPer la verità non avevo dubbi dato che il soggetto è di Neil Gaiman, noto soprattutto per il suo masterpiece a fumetti "Sandman" che a mio tempo ho letto e riletto... e riletto...
 
 
L'unica cosa che mi lasciava perplesso è che passando per Hollywood avrebbe potuto subire un qualche tipo di riadattamento normalizzante.
 
 
E in parte di sicuro c'è stato. Ma la vena fiabesca e sognatrice del suo stralunato autore è comunque rimasta.
 
 
E questo mi è bastato.
 
 
In sostanza... guardatelo!
 

 
...e ancora oggi essi vivono felici e contenti... - da Stardust di Matthew Vaughn
¹ da Stardust di Matthew Vaughn


Oblivious
 
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21/10/2007

Immagino una sala completamente nera. Ai bordi ci sono persone che vocalizzano cacofonicamnte con sussurri e urla. Qualcuno ha un oggetto con il quale produce sporadicamente un suono. Le luci sono fioche e velate di rosso. Non convergono al centro ma illuminano le mani delle persone sedute. Per terra, nascoste da drappi neri.

Questa scena non è la parodia di un sabbah o di un rituale tetro e misterioso: è semplicemente il luogo dove vorrei essere adesso.

Al centro della sala a danzare. Bendato. A seguire i rumori e le voci e le follie sonore che arrivano da tutti i lati.

I suoni, striduli e scordati.

E danzare... danzare come un folle fino allo sfinimento.

Danzare immaginando e recitando come su un palco ideato da un pazzo.

Ideato da me.

Senza melodie definite e armoniose. Per sintonizzarmi su un disordine sonoro che riproduca le sensazioni qua fuori. Sconnesse, frammentarie, disordinate. Ma reali.

Immaginare di scorrerci in mezzo come se fossero strumenti di un'infinito canto eufonico. Il canto di tutto ciò che esiste e si muove e si evolve e si trasforma...

Immaginare il canto del'esistente.

Adesso ho un enorme bisogno di sfogarmi...

Mi mancano gli esperimenti musical-teatrali che facevo tempo fa...



Oblivious
 
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14/10/2007

Stanotte ho fatto un sogno surreale. Non ne intuisco l'origine. Forse a mettermi su certe lunghezze d'onda siono stati gli studi che ho fatto o forse lo stress che ultimamente mi annebbia la mente... o forse qualche puntata dimenticata di Passaggio a Nordovest o di qualche programma affine. Fattosta che il sogno di stanotte è così curioso che ho voglia di descriverlo...

L'inizio come sempre non lo ricordo, l'unica cosa che posso dire è che ad un certo punto, nei miei viaggi onirici, prendo coscienza dell'esistenza di un popolo di uomini marini, come li chiamo nel sogno, che vivono tra mare e costa in un ciclo di vita notturno. Sono creature anfibie e sebbene siano praticamente uomini hanno delle differenze anatomiche che gli consentono di vivere tra mare e terra, in uno stato culturale beatamente spensierato. Abitano nella costa occidentale della Sardegna. Più o meno dalle parti di Buggerru e Portixeddu. Non so come mi sia imbattuto in queste conoscenze, ma sono decisamente incuriosito dagli aspetti evolutivi che hanno portato a questa specie anfibia, quindi decido di andare a dare un'occhiata con alcuni amici nei luoghi abitati da queste strane creature.

La scena cambia, mi ritrovo su una spiaggia al calar della sera. Non ricordo come ci sono arrivato, comunque vagamente ho il ricordo di aver sognato di esserci arrivato tra meraviglia e paura. Siamo seduti in cerchio e ascoltiamo una ragazza che parla. E' una donna marina che ha scelto di abbandonare la strada della sua specie per inserirsi nella società umana. I suoi lineamenti la tradiscono, con le orecchie apena abbozzate e il naso piccolo e schiacciato, comunque è molto bella e emana un fascino non comune. Parla della nostalgia del mare e della notte: piange per il mondo che ha perduto per sempre. Ha sofferto ma è stata costretta a scegliere il mondo degli uomini, perchè il suo non esiste più. Irrimediabilmente votato all'estinzione. Intorno la notte cala e figure slanciate si tuffano nel mare notturno...

Il sogno muta, all'improvviso sto rivivendo il percorso evolutivo di questi uomini marini. In origine avevano ali e si libravano nel cielo. Sto volando sulle distese di rocce e cisto della costa ovest. Provo una sensazione di libertà molto forte. Ma la storia evolutiva prosegue, gli uomini marini perdono le ali e vanno a vivere sulle rocce levigate in riva al mare. La scena passa dal panorama sconfinato visto dal cielo allo spazio ristretto e roccioso del rifugio degli uomini marini.

Improvvisamente il mare scompare e gli uomini marini sono diventati piccoli come pipistrelli. Riescono a sopravvivere grazie alla loro abilità di mimetizzarsi sulla pietra. Camaleontici e nascosti. Nel sogno sono uno di loro, sto fermo in un angolo di queste rocce, vicino ad un piccolo pertugio, sperando di non cadere vittima dei predatori di turno ( ...bella sensazione eh? ). Pipistrelli, pterodattili e successivamente uomini. Proprio gli uomini... si, perchè pare che siano gli uomini i principali predatori in questo sogno, quel genere di predatori che quando compaiono all'orizzonte senti la tua vita in pericolo. Li vedo comparire sulle rocce e fare incetta dei miei simili. Ma ad un certo punto se ne vanno in fila con la "selvaggina" sulle spalle. L'unico predatore che riesce a raggiungere la mia tana è un serpente. Un serpente colorato con il muso nerissimo, simile al serpente corallo, ma con tonalità sul verde acqua. Ne ho paura mentre lo vedo avvicinarsi tra i rami ma alla fine ingaggio con lui una lotta furiosa. So che la mia specie è specializzata nell'uccidere questi rettili, per cui prendo fiducia, eppure riesce ad annodarsi intorno a me e a mordermi ripetutamente. In mezzo alla schiena. Un dolore pungente. Ma alla fine riesco a liberarmi, anche se non so come...

Il sogno cambia di nuovo. Le rocce che prima erano la mia tana ora sono in un terreno di famiglia, in mezzo ai tipici boschi di leccio e sottobosco cistoso della Sardegna. Sono  con la mia famiglia, stiamo lavorando, togliendo cespugli e legna secca. Ci sono due grotte, delle quali una è stata riutilizzata da un pastore come ovile. L'altra invece sembra custodisca qualcosa di ancestrale, ma non riesco a capire cosa.... in seguito mi accorgo che oltre le radici e i cespugli che celano l'entrata vi sono abbozzate delle scale. C'è un qualcosa che mi attrae la dentro. Discuto con mio padre del fatto che parte del terreno ci sia stato espropriato perchè non lo abbiamo mai curato a dovere. In questo terreno espropriato ci sono proprio le due spelonche. Lui sostiene comunque di essere in grado di riottenerle. Così senza soluzione di continuità narrativa giungono sul luogo con macchine e altri mezzi alcuni membri di chissà quale ente, comune, regione o che altro. Inizia una discussione nella quale entra in gioco anche la mia macchina...

L'ultimo spezzone del sogno è frammentario, ero in dormiveglia e mi stavo rigirando nel letto, per cui ho solo qualche sprazzo: io che sto vendendo un oggetto ad un commissario di questo fantomatico ente; una mia collega che mi aiuta sul finire.... poi il sogno diventa un'altro. Protagonisti oltre a me la mia ex, il suo ex e il mare... ma questo è un altro sogno ;-)

Sto ragionando da stamattina sul senso di questo viaggio onirico. C'è sicuramente un desiderio malcelato in queste immagini, primordiale e nostalgico, come quello descritto dalla giovane donna marina. La caduta dal cielo, il rintanarsi in mezzo alle rocce cercando di rimanere nascosto alla vista. La lotta con la serpe e infine il mio terreno con le grotte. Una delle due è nascosta ed ha un alone misterioso che mi attrae quasi morbosamente. Sento di dover venire a capo di ciò che nasconde. Ma la necessità di riaverla dopo l'esproprio ha sopraffatto nel corso del sogno il mistero che racchiudeva e che è quindi rimasto irrisolto.

Tuttavia c'è una sensazione che non riesco ad identificare legata a questo sogno e che mi è rimasta addosso. La sento ancora a fior di pelle. Mi ha fatto sovvenire il ricordo di altri sogni che avevo dimenticato. Sempre ricchi di mare e rocce e luoghi dimenticati...

La geografia dei miei sogni è caratterizzata da simmetrie imperscrutabili... analogie sottintese e relazioni incomprensibili. C'è un po di magia simpatetica in tutto ciò e a volte sento di esser quasi riuscito a carpirne il segreto. Eppure c'è sempre un inezia che mi separa dalla comprensione assoluta di ciò che sogno.

Io e il mio inconscio dialoghiamo usando due dialetti diversi. Probabilmente sono le sottigliezze che ci impediscono di raggiungerci...



Oblivious
 
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14/07/2007

Sono fermo su una roccia, la foresta pluviale si è interrotta bruscamente sul vuoto che mi sta davanti. I miei uomini sono ammutoliti. Zanzare, umidità e deliri febbricitanti sono ormai su un gradino percettivo troppo basso per poter essere avvertiti. L'unica cosa che conta adesso è lo spettacolo a cui stiamo assistendo. Un'infinità d'acqua si riversa con una violenza inaudita tra le rocce e i bordi della foresta. In miriadi di rivoli si lascia scivolare a picco sul suolo sottostante, decine di metri più sotto, creando nebulose d'acqua fittissime striate da diafani arcobaleni. La vastità di tutto questo è ineffabile. Il boato che la massa d'acqua produce riversandosi di sotto è assordante... nella mente c'è uno spazio assolutamente insufficiente per comprendere tutto ciò che vediamo, che sentiamo, che proviamo. Siamo totalmente sovrastati da questo pressante miraggio. Da questo sogno reale.
In questa terra lontana e sconosciuta Dio ha nascosto il suo giardino proibito. Chi siamo noi soldati senza esercito, guerrieri senza battaglia per poter attingere alla sua bellezza? Come osiamo sbiriciare tra i segreti della sua creazione?

Ciò che esploratori e conquistadores hanno visto e vissuto sulla loro pelle nei secoli in cui l'uomo si affacciava negli angoli dimenticati del proprio mondo è una porzione di intensità e meraviglia irripetibilmente perduta nelle spire di memorie umane dimenticate per sempre. Ma anche solo immaginarne la portata uò essere un'esperienza estatica, potente, assoluta... immaginare la meraviglia di trovarsi di fronte a qalcosa tanto bello e grande da eludere qualsiasi immaginazione o previsione. Qualcosa che non esisteva fino al momento in cui è stata scoperta.



Oblivious
 
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13/04/2007

 Mi svegliai come ogni mattina, sguardo sul soffitto, occhi arrossati e intorpiditi, gola secca. I riverberi di luce che filtravano dalle persiane animavano i muri e le coperte di riflessi seducenti. Il mio respiro disteso salutava i ricordi onirici che stavano svanendo velocemente nell’oblio. Come ogni mattina. Come sempre.
 
Era la coscienza di ciò che stava per succedere ad essere diversa.Una lucidità conosciuta solo ai momenti di buio. Potevo vedere la mia espressione come su uno specchio: l’ amarezza disegnava la maschera che portavo sul viso, increspando leggermente le mie labbra quando il pensiero sfiorava il progetto che stavo per realizzare. I miei lineamenti erano in balia di quella spiacevole constatazione di essersi arresi al nulla.
 
Rousseau - Lo zingaro che dormeIn mezzo a quel vuoto ci fu un sussulto dolce e leggero, appena alla mia destra.
 
Era lei. Le sue braccia esili si stringevano delicatamente sulla mia spalla mentre il suo spirito era immerso nei sogni. Ignara di tutto. Mi resi conto di quel calore che si riversava sul mio fianco. Il contatto col suo calore.  Quell’innocente abbandono onirico sul proprio corpo la mattina presto è la più bella sensazione che un uomo possa provare. Così rivolsi la mia attenzione sulla sua pelle, sull’alito tiepido del suo respiro sul mio braccio. E mentre sentivo il suo amore avvinghiato al mio corpo decadente sapevo bene che tutto ciò che avevo amato nella vita era legato a lei. Solo a lei. Per un istante cedetti alla voglia di piangere che avevo sedato da troppo tempo, ma presto l’amarezza tornò a prendere il controllo su tutto. Tutto quanto.
 
Spostai delicatamente la sua mano sul cuscino e mi alzai dal letto.
La casa era in silenzio, ogni cosa era in riverente lutto intorno a me. Gli oggetti stavano ad osservarmi senza proferir verbo. Le porte, i tappeti, la tv, il divano. Anche la caffettiera svolse il suo compito con fare mesto e insolitamente taciturno.
 
Il mondo ci riflette, Gianni, e noi ci riflettiamo in esso”. Un sussurro impercettibile tra le mie labbra.
Non ci avrei messo troppo tempo, tutto era stato accuratamente preparato. I vestiti, la lettera, le scarpe. Anche il piccolo oggetto che mi avrebbe dato la forza al momento giusto. Intriso di immagini, di ricordi, di rimpianti e di speranze morte. Tuttavia, nonostante tutto mi stesse aspettando, io restai fermo, seduto sulla sedia. La tazzina vuota, la zuccheriera, il cucchiaino sul piatto. Io restai ad ascoltare, come ogni volta: sembrava che il mondo stesse per rivelarmi qualcosa, che volesse parlarmi ma io non riuscivo a sentirlo. Quante volte sono stato fermo di fronte a quel silenzio…
 
Ma la sveglia mi ricordò ciò che dovevo fare. Quel momento indecifrabile era svanito, tutto si era messo in moto e tra un po anche lei si sarebbe svegliata. Afferrai il mazzo di chiavi e tornai verso la camera da letto. Nella penombra intravedevo il suo corpo, semiscoperto, immerso nei giochi di luce del mattino. Il suo calore arrivava fino alla porta. L’odore della sua pelle, il ritmo del suo respiro… Quante cose avrei voluto dirle prima di salutarla. Quante cose avrei voluto dirle da sempre. Ma quando trovi il coraggio di dire qualcosa è sempre troppo tardi. Per me è sempre stato così.
 
Così alla fine risolsi l’immensità ineffabile di quel momento con un esile bacio sui suoi capelli. In quel gesto impercettibile c’era tutta la mia vita. Ma lei non poteva saperlo, persa nei suoi sogni.
Così mi allontanai per sempre da lei e quando mi chiusi la porta dietro le spalle mi resi conto che tutto era finito. L’angoscia, la finitudine, la morte aveva preso il sopravvento sulla mia vita ed io ero stato incapace ad oppormi.
 
Così era finito tutto.
 
 
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Non c’è sensazione più bella di un risveglio la domenica mattina”.  Dentro di lei una meravigliosa sensazione di piacere stava prendendo il posto dei sogni. Abbandonata oziosamente al torpore del sonno continuava a giocare nella sua mente con gli ultimi riflussi delle immagini oniriche. Non ricordava bene, ma c’era qualcosa di meraviglioso in ciò che aveva vissuto tra le ali di Morfeo. Una spiaggia deserta, l’acqua cristallina, le sue braccia forti, ridere di gusto avviluppati nella sabbia. Kokoschka - La tempesta ( la sposa del vento )
 
Così resisteva alla luce che si era insinuata nel buio della stanza, inseguendo immagini e pensieri come se stesse sognando. Il lavoro, i problemi, la routine quotidiana, le paranoie distruttive del suo compagno erano lontane. In quel momento possedeva ogni cosa. La felicità scorreva come un’energia tiepida sotto le coperte e lei era interamente avvolta in quel tepore.
 
Poteva sentire il suo compagno immobile alla sua sinistra mentre contraeva il torace respirando serenamente. Fece scorrere per un istante i polpastrelli sulla spalla di lui come una carezza, o forse un modo per radicarsi fisicamente in quel momento.
 
La luce incominciò a filtrare dalle palpebre abbassate e con essa lentamente incominciò a prendere forza il pensiero della giornata che le stava davanti: bellissima con il cielo terso illuminato da un sole sfolgorante. Pian piano si perse nelle fantasticherie sulle ore che sarebbero seguite e incominciò a pensare a quanto sarebbe voluta andare su un prato e sentire il rumore del vento sull’erba, a quanto avrebbe voluto fare l’amore lontano da quelle quattro mura, a quanto avrebbe voluto stare bene senza tormenti almeno per quella giornata.
 
E mentre lei pensava a quello che avrebbe realizzato con lui nelle prossime ore quasi non si accorse che dall’altra parte del letto qualcuno si era alzato. Così come non si accorse quando i sogni presero il sopravvento sull’immaginazione ne che quella che sembrava una piacevole carezza sui suoi capelli era in realtà l’ultimo messaggio, distante e incomprensibile, di qualcuno che aveva amato intensamente in qualche sogno dimenticato...


Oblivious
 
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07/08/2006

Una figura avvolta in pochi stracci stava seduta sull’angolo del rudere. L’acqua colava dalle pareti e dal soffitto crepato mentre un piccolo rigagnolo penetrava da una finestra che era più che altro un’incrostazione di vetri rotti. L’uomo aveva ricavato un sedile da un mattone raccattato da qualche muro sfondato e, mentre si stringeva nei suoi panni sporchi e umidi, fumava avidamente una sigaretta. Le mani nodose tremavano, forse per il freddo, mentre portavano alle labbra il piccolo involucro di carta grigiastra.
 
Ad un centinaio di metri da lui, il sergente Gom e i suoi uomini setacciavano ciò che rimaneva del cementificio con encomiabile impegno. L’area era stata circondata con mezzi e uomini, lo spazio sovrastante era sorvegliato con i potenti fari di due elicotteri. Il rumore dei passi e delle voci elettriche delle radio d’ordinanza si mescolava al baccano enorme che veniva da fuori: motori, eliche, pioggia, un andirivieni senza sosta.
 
Mentre il percolare si faceva più intenso l’uomo afferrò una bottiglia che teneva nascosta nell’ammasso di stoffa fetida che lo ricopriva. Un sorso profondo, lungo, cadenzato dalla gola che si espandeva ritmicamente per far passare il calore nell’esofago. Così, infine, trovò la forza per drizzare le gambe e cercare di muoversi verso la porta socchiusa. Passo lento, aiutato dalle mani che scorrevano sulla parete resa gelatinosa da acqua e muffa.
 
Gran parte dell’area era stata perquisita in poco meno di mezz’ora. Rimaneva solamente il vecchio rudere che un tempo era stato la casa del custode. Gli uomini del reparto scelto guizzavano tra gli angoli delle strutture cadenti con velocità e decisione. Intorno all'abitazione piccoli gruppi vestiti di nero lasciavano scie di gocce d’acqua correndo sul fango, le pozzanghere e i pavimenti sconnessi in cemento. Mentre le luci dall’alto illuminavano le pareti dimesse della vecchia casa,  gli specialisti in incursioni entravano là dentro da ogni buco. Qualche secondo, poi urla e spari.  Mille voci impazzarono sulla frequenza della polizia, il sergente Gom si limitò a rispondere “Bel lavoro, ragazzi”. Qualche giornalista era già accorso sul luogo e faceva balenare lampi di luce accecante sulle piccole stille di pioggia che continuavano a cadere insistentemente sul terreno.
 
Il corpo esanime di un uomo con una bottiglia infranta in mano giaceva sulla fanghiglia, non lontano da una vecchia porta metallica divorata dalla ruggine. Il tessuto arrossato dei vestiti era lacerato in più punti e qualche rivolo di sangue andava ad arricchire una polla di acqua e fango a pochi passi dal cadavere.
 
La prima pagina del City News, la mattina dopo, ospitava una foto del sergente Gom che stringeva la mano di Ruben Ross, amministratore della Rossbank. Il sergente aveva recuperato i tre milioni di euro sottratti alla banca da alcuni professionisti del crimine in un’operazione brillante.
 
Un trafiletto sulla cronaca di quartiere annotava, invece, il ritrovamento del cadavere di un anziano barbone ucciso senza apparente motivo, non lontano dal Vecchio cementificio Hocker.
 
Nelle strade bagnate della grande città si mormorava della grande opera di giustizia resa, del crimine che non paga, dell’ingente somma di denaro recuperata. I caratteri cubitali della notizia rimbombavano negli encomi dei politici, nelle sequenze dei telegiornali, nelle voci della radio.
 
I trafiletti dell’ingiustizia insignificante, di chi sta ai margini, delle vittime senza nome, senza risposte e senza storia non hanno mai interessato nessuno, in fondo sono talmente tanti che scivolano silenziosamente di fronte allo sguardo del lettore.
 
 
"Cold silence has a tendency to atrophy any sense of compassion". Tool - Schism.


Oblivious
 
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16/03/2006

Il vecchio si ritrovò mentre fissava il vuoto, la luce della luna filtrava dalla finestra proiettando sottili ombre sulle pareti spoglie della camera. Per un istante il vecchio vacillò, sulla sedia, come se si fosse destato all'improvviso da un sonno senza sogni. Un brivido di freddo scosse le braccia e lo sguardo dell'anziano uomo si posò sulle braci ormai spente nel camino. Tutto taceva, il cielo era pulito e le cime degli alberi immobili intorno alla casa. Nemmeno un bisbiglio sfuggiva alle ombre che popolano la notte, non un insetto, non una foglia che cade morta al suolo. Cos'era successo, si era addormentato? Il piacevole tepore che si spandeva dalle braci doveva aver raggiunto le sue membra inducendolo al sonno qualche otra prima. Così sospirò mentre si stringeva nelle spalle e guardò il letto, non lontano dal camino, che l'aspettava come ogni notte nella penombra di quella camera in legno che era tutta la sua casa.

Fu allora che un pensiero fugace giunse all'attenzione della coscienza: il ricordo di qualcosa di terribile e meraviglioso che adesso stranamente si sentiva addosso. Aggrottò la fronte teso a ricordare qualcosa di lontano o di perduto per sempre, e mentre il suo respiro echeggiava nel silenzio imperioso del mondo che  sognava, senza rendersene conto spalancò gli occhi e di scatto si voltò alla sua destra, come se si fosse infine reso conto di chi stava ad attenderlo.

Stava in piedi l'anziana megera, vestita di un cencio nero come la notte, che lo guardava in silenzio con gli occhi enormi e vispi come quelli di un gatto. L'uomo fece per aprir bocca ma furono le parole della vecchia a rompere quel silenzio innaturale. "Allora, sto aspettando, dimmi il tuo terzo desiderio". La voce stridula e e dissonante ben si addiceva alla labbra secche e sottili della donna. L'uomo per un attimo rimase a fissarla poi, arrendendosi all'insensatezza di quella visione rispose: "Tu mi chiedi di esprimere un terzo desiderio, ma come posso esprimere un terzo desiderio se non ho espresso ne il primo e ne il secondo?". " Ti ho concesso già due desideri vecchio, ma col tuo secondo desiderio mi hai chiesto di riportare ogni cosa a prima di esprimere il primo desiderio, ora te ne rimane uno solo".

Goya - Sabba ( Il Grande Capro )

Quale strano sogno lucido stava vivendo, eppure le fitte di freddo lo riportavano alla realtà notturna che stava vivendo e lo sguardo inumano della megera era qualcosa troppo orribile per appartenere al mondo dei sogni. Un desiderio, quale poteva essere il più grande desiderio che poteva avere, al tramonto della vita di fronte alle infinite possibilità che aveva davanti a se? La strega lo guardava immobile con quell'espressione gelida, nascosta dietro la pelle spessa e rugosa. Cosa avrebbe chiesto a quella creatura tetra e misteriosa che per qualche impossibile artificio del destino si trovava dinnanzi a lui? Nel fiume angoscioso dei quesiti della vita, si delineò infine la radice di ogni questione, la fonte di ogni incertezza, lo scopo della ricerca che ogni uomo compie nell'arco della sua piccola vita. Sapeva cosa avrebbe chiesto a quell'apparizione, possibile che la vita gli avesse riservato questo immenso dono prima della morte?

"Non so chi sei, donna, anche se mi appari come la più terribile delle streghe notturne. Non so cosa ti ha portato quì, nella casa di un vecchio sconosciuto al mondo ma evidentemente non al destino. Ma se puoi esaudire un mio desiderio allora ti chiedo questo:  voglio sapere chi sono io"

La donna contorse il suo viso in un'espressione stranamente ghignante, quasi divertita mentre muoveva la sua mano verso l'uomo che la guardava. "Quant'è bizzarro il destino. Ti concedo questo desiderio per la seconda volta vecchio, giacchè mi hai chiesto la stessa cosa col tuo primo desiderio". E mentre pronunciava queste parole, con una voce divertita, scomparve per sempre nell'oscurità della notte.

* Questo racconto prende spunto da una piccola storia raccontata da Yves, un personaggio di "Planescape Torment", un role playing game per pc dai contenuti insolitamente profondi...

 



Oblivious
 
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Cronologia

Current Inputs

» Rosetta
Un film che mi ha scosso. Crudo, brusco, assolutamente spietato. Un capolavoro dei fratelli Dardenne che ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 1999. La storia è incentrata sulla sopravvivenza, sulla miseria, fisica e interiore vissuta dalla protagonista in una esasperata lotta con la propria immagine sociale e la propria coscienza. L’atmosfera nervosa, le riprese in movimento e l’assenza di una colonna sonora ( il film è girato in odore di dogma 95 ) contribuiscono a dare forma ad un film che ha il duro sapore di una realtà che rifiutiamo di conoscere…
» 1001 Nights
Let's then dream… Da un progetto di Yoshitaka Amano e David Newman una piccola meraviglia su pellicola: è il sogno della principessa Budou, trasposto in immagini dal maestro giapponese con la musica della filarmonica di Los Angeles come sottofondo. Il risultato è un cortometraggio in cui colori e forme vorticano sullo schermo, inseguiti dalle note dell'orchestra californiana. Un gioiello che è più un dipinto in movimento che un semplice anime. Non posso che consigliare la visione di 1001 nights, ricordando che non bisogna ricercarne inutilmente un senso ma semplicemente lasciarsi trasportare dalle sensazioni audiovisive in quella che è il racconto di un sogno…
» Amores Perros
Amore e cani, un gioco di parole in spagnolo che getta un'ombra di disillusione su tutto il film… tre storie che si snodano nella metropoli messicana tra speranza e delusione, in cui è l’amore il vero regista, quell’amore che si scontra pesantemente con una realtà che lascia poco spazio alle illusioni. Un lavoro decisamente interessante, questo di Alejandro González Iñárritu, con spunti profondi e un montaggio molto ben riuscito. Girato nel 2000.

» Seppellite il Mio Cuore a Wounded Knee
La storia degli indiani d'america in terra statunitense durante la seconda metà dell'800, l'epoca west sulla quale sono stati girati kilometri di pellicola dagli anni 50 in poi, ma stavolta dal punto di vista di chi la spinta verso il west l'ha subita e cioè gli indiani stessi. Scritto nel 1970 dallo storico americano Dee Brown fu il primo colpo di scure all'immagine che di quell'epoca il cinema aveva trasmesso e quindi un primo e onesto sguardo alla realtà storica della sistematica oppressione di tutti i popoli indiani da parte del congresso degli USA.
» Senza Perdere la Tenerezza
Il ritratto di un uomo che è diventitato un icona senza perdere la propria semplicità e i propri ideali. La biografia del Che che Taibo Paco Ignacio II ha scritto riuscendo a mantenere intatto l'uomo reale che descriveva rispetto alla mitologia soverchiante che l'amore di intere generazioni ha creato sulla sua persona.
» Discesa all'Inferno
Di Doris Lessing. La lotta tra la realtà interiore e il conformismo obliterante che cerca di farci perdere la nostra dimensione personale in favore di una freddezza razionale che viene identificata come "normalità".

» Tool - 10000 Days
Dopo 5 anni di silenzio i Tool pubblicano un cd che, in quanto a melodie e tematiche, calca gli stessi passi di Lateralus. I ritmi e le note sono buoni, ma l'energia è nettamente inferiore al loro successo del 2001. Rimane comunque un ottimo cd musicale, decisamente sopra la media di quello che si trova in circolazione, ma di sicuro non abbastanza per chi era stato abituato ad una crescita costante nella qualità delle produzioni della band californiana.
» Massive Attack - Collected
Un greatest hits con i successi più importanti della band di Bristol. Interessante il secondo cd/dvd con diverse unreleased, remix e con tutti i bellissimi video prodotti. Un piacevole interloop in attesa dell'uscita di Weather Underground atteso per il 2007.
» Thom Yorke - The Eraser
Un buon cd, il primo da solista per il frontman dei Radiohead, ricco di spunti interessanti e buone melodie. Tuttavia, nel complesso, non al livello dei lavori dei Radiohead...
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