Ieri è morto Ingmar Bergman. Il grande maestro del cinema introspettivo, rappresentatore accorto e profondo dell'esistenza umana, di tutte le sue contraddizioni, dei suoi drammi, dell'oceano di dubbi e
tormenti che lo guidano lentamente alla morte. Una morte ineluttabile, una incomprensibile presenza che è un'assoluta costante della nostra vita.
In realtà è andato via da tempo, isolato nella sua isola solitaria nel freddo baltico, nel suo luogo delle fragole, a vivere i suoi ricordi e i suoi tormenti in prossimità della morte che ha tanto indagato e probabilmente atteso.
Resta la sua enorme cinematografia, l'enorme contributo dato alla storia del cinema e i mille spunti di riflessione che hanno investito molti di noi che abbiamo visto e vissuto le sue opere e in esse ci siamo riflessi come in uno specchio...
Adieu Ingmar...
La strada nera corre veloce davanti a me. I riflessi arancioni dal ciglio della carreggiata dirigono la guida, i fari della macchina sembrano sempre insufficienti, sempre inadeguati all'oscurità delle strade sarde. Anche quì sulla 131. Ho ancora le orecchie assordate, batteria e basso hanno atrofizzato il mio udito e adesso tutto mi arriva soffuso, incredibilmente ovattato. Tutto il corpo in realtà è stanco. Come la mente, che pure è lucida. E' il concerto che mi ha assopito? L'aria stanca del parco di S. Maria de is Aquas? O il mio spirito osservatore e perennemente assorto nei particolari, nelle persone, nelle voci, nei rumori: un overdose percettiva che dopo un po sfianca il cervello. Eppure, nonostante tutto, continuo a pensare...
Lo stereo intona dolcemente " tornare indietro è difficile, ci siamo fatti troppo bene e troppo male, e ora vedo solo polvere. Più niente...": è la voce diafana di Federico Zampaglione.Troppo bene e troppo male. Parole ripetute quasi in sottofondo. Senza rendermi conto mi ritrovo catapultato in questo pensiero. In queste due parole. Penso a quanto siano lo strano riflesso di una realtà tangibile delle relazioni umane. Parlo di quelle più intense, più feroci, più impossibili. Ma reali. Cosa c'è dentro di noi che ci porta ad amare ed odiare allo stesso tempo, a procurare coscientemente bene e male ad una persona che amiamo. Penso ad uno spirito autodistruttivo che ci spinge a polverizzare tutto ciò che amiamo, ciò che di bello teniamo tra le mani. Un demone feroce che cerca di annullare le cose che sono troppo belle e meravigliose per noi stessi. Una sorta di autopunizione... o forse un'espressione dell'onnipresente paura.
Mentre le striscie bianche in mezzo alla strada scivolano via velocemente penso all'incredibile nostalgia e al senso di vuoto che si è creato laddove sentimenti e amicizie ed esperienze vissute si sono sgretolati sulle note di un addio, di una mancanza prossima che piano piano si sta concretizzando. Un addio che presagivo da mesi, che ho odiato da subito, che mi ha fatto sentire abbandonato. Ma che ineluttabimente è nel tessuto della realtà, è parte integrante del nostro essere umani. Separarsi, diviersi, inseguire le proprie strade. E' una forma del nostro essere finiti e transeunti ed eternamente insoddisfatti. Ma al di la di tutto, in realtà, vorrei che certe cose non finissero mai... mai!
Pensieri passegeri che scivolano via sulla strada stanotte, sonnolenti e maliconici. Frammenti di qualche brandello di vita vissuta, di qualche sguardo incrociato, di tanta polvere calpestata...
La mia vita invece continua a scivolare via carica dei miei sogni, dei miei ricordi e di tutta quella bellezza troppo grande per le mie mani per ruscire a trattenerla con me...
Tutti voi, tutti quanti. Esistete realmente?
E se foste il semplce riflesso dei miei pensieri sul mondo o un illusione voluta da qualce Dio nascosto o dei sogni ad occhi aperti?
E se fossi io, invece, a non esistere, ad essere stato creato e programmato per sembrare di essere, per dare l'impressione di esistere, di pensare. Se fossi il risultato di un copione scritto ad hoc per calzare alla vita di qualche presunto protagonista o di qualche creatura reale...
Ci sono strane simmetrie nella vita, percorsi che sembrano predefiniti, cose che sembra debbano accedere comunque, che sembra possano andare in un solo possibile modo. Ho l'impressione che certi eventi siano scritti da qualche parte, che siano l'esplicazione di azioni preconizzate o progettate per esistere in quell'unico senso.
Cambiando i fattori il risultato cambierebbe? Spostando una virgola, modificando qualcosa il risultato avrebbe una forma diversa?
L'idea di mille possibili vite perdute, di mille ipotetiche esperienze, di mille strade che avrei potuto percorrere. Di mille me stesso che avrebbero potuto prendere forma in mille modi diversi... è vertiginosa.
Ma di tutte le infinite strade ce n'è sempre e solo una che si può percorrere, sempre e solo una scelta che si deve compiere, sempre e solo un destino da inseguire, da esplicare. Un destino. Oltre a ciò che viviamo non cè altro spazio che per immaginazione e sogni... e rimorsi.
Eppure continuo a chiedermi di questo ruolo in questo mondo, del perchè di questo univoco destino nel macrocosmo del molteplice. Del ruolo della mia volontà, delle mie autonome scelte, o non scelte, nella mia via. E se tutto ciò che mi sta succedendo fosse finalizzato ad un'unico momento topico che prima o poi accadrà nella mia vita?
Vivere e basta potrebbe essere una risposta saggia a questi dubbi, ma dentro di me è impossibile non sentire il fascino ed il tormento di queste infinite possibilità e il senso di tutto ciò in rapporto al destino, al caso o alla multiforme dimensione delle probabilità esistenziali umane.
C'è chi dice di infinite dimensioni per ogni infinita possibilità. Mi chiedo se potendo scorgere in queste sarei in grado di riconoscermi o se cambiando invece la linea di ciò che mi è accaduto, del mio destino, cesserei di esistere come sono e quindi sarei irrimediabilmente irriconoscibile ai miei occhi. Non solo diverso, ma proprio inesistente...
Come se ciò che Io sono adesso non sia altro che il risultato di tutti i momenti che ho vissuto... o forse anche di ciò che avrei voluto vivere?
..."Perchè noi siamo anche ciò che abbiamo perduto"¹...
¹ Da Amores Perros di Gonzales Inarritu.
Che ridere, stanotte ho sognato la realtà. Tra una sudata e l'altra... anche dormire bene sta diventando un lusso con questo caldo afoso. Rido perchè in effetti se avessi avuto il buon gusto di guardarmi dal di fuori qualche volta mi sarei fatto quattro risate già da tempo. Il fatto è che sono diventato patetico e tutto sommato questo cappello non mi calza per niente bene. E insisto, insisto, chiedo conferme, chiedo informazioni, rifletto, osservo. Ma se vado a sommare i messaggi più o meno impliciti ed espliciti che sono scritti un po quì e un po li, i fatti, le mezze parole dette o sussurrate e le effusioni iperboliche, che puzzano di cartone animato per quanto sono esagerate, che mi si esibiscono in faccia ogni volta il risultato non solo è chiarissimo, inequivocabile ed esplicito, ma è proprio plateale! E io che mi scervello come un bradipo che deve scegiere su quale ramo arrampicarsi per i prossimi 5 giorni. E Io che la stavo prendendo per una qestione d'orgoglio... ma quale orgoglio, è una questione di realtà e c'è poco altro da aggiungere. Poi posso incazzarmi quanto voglio, sentirmi preso in giro, usato, giocato o più probabilmente non compreso però in fin dei conti le cose erano chiare fin da subito e se sono andate avanti, in un modo molto patetico, lo devo alle mie geniali trovate ( mettere da parte se stessi, provare a forzarsi in un senso o nell'altro e stupidaggini di qesto tipo ).
Il sogno ha ricalcato un evento successo molti anni fa a Costa Rei, quando ovviamente le cose viaggiavano su altre lunghezze d'onda e le situazioni erano tutt'altre. Il luogo è molto bello ed è saturo di ricordi emotivi, sentimentali, di istanti di bellezza unici. Nel sogno è scesa la sera e sto cercando la persona in questione per una cosa per la quale ci eravamo messi d'accordo. Ovviamente non sto nella pelle e sono contento. Ma non la trovo da nessuna parte, ne vicino alle tende, ne in spiaggia, ne in strada, ne ovunque. Alla fine scopro che è andata insieme all'altra persona in questione da un'altra parte e che tornerà direttamente il giorno dopo. Mi sento preso in giro e ci sto male. Nel frattempo un mio caro amico mi parla in spiaggia, mentre non riusciamo ad accendere un fuoco con foglie di palma ( !! ), e mi spiega come stanno le cose secondo lui. Come sono realmente. Vedo tutto o vivo tutto in modo molto semplice, il film mi passa davanti ed è chiarissimo. Anche se ciò che mi dice è in realtà parte di un discorso che mi ha fatto una mia amica recentemente, il ruolo che assume in questo sogno gli si conface, considerando che in verità potrei consderarlo il mio grillo parlante di fiducia e se gli avessi dato ascolto da tempo adesso le cose sarebbero ben diverse! Alla fine ci avviciniamo ad un falò insieme ad altri amici e concludo la serata con altre persone che non c'entrano nulla con questa situazione ( un intrusione di un ricordo recente ).
In realtà inconsciamente sono arrivato alle conclusioni di questo sogno da un po. Non mi frega più di niente e di nessuno, vivo per conto mio e mi faccio i cavoli miei. In modo un po brusco forse ma vista la situazione tutto sommato non posso biasimarmi. No, decisamente no. Avere una nota di chiarezza, una certezza, una limpida visione ed accettazione delle cose serve a vivere meglio le cose e ad accettare ogni cosa. In fondo poi non si tratta che di tornare a fare me stesso no?
Dalle labbra di chi dovrei pendere Io? O a quali giocatori dovrei fare lo sparring partner? Proprio nessuno. La mia vita è la mia vita, entrateci se volete assaggiarne un pezzo altrimenti statene fuori. Questa commediucola stronza e patetica mi ha stufato. Così come i suoi protagonisti. Non me ne faccio nulla di queste farse picaresche, di questi giochi in cui tutti fanno finta di niente o sembrano non capire niente, in cui dicono A per rimangiarsi B e comportarsi C. Nel momento in cui porgo a mani giunte me stesso o mi si nega o mi si accetta. Apertamente. In ogni caso Io la mia vita da vivere ce l'ho e non devo inseguire proprio nessuno. Tantomeno chi se ne frega in toto di me e di ciò che provo, vivo e sento.
Amen!
Un oceano nero, opaco, onnipresente
è la controparte umana del cielo notturno.
Un inghiottitoio acromatico che assorbe
luci e sfumature al suo interno.
Dallo sfondo catramoso delle piattaforme d'asfalto
sorgono alberi di cemento poliedrico:
Superfici planari intonacate che salgono dritte fino agli attici
Interrompendosi con ramificazioni di parabole e antenne.
Dalla volta stellata solo sfumature di grigio scuro,
qualche puntino smarrito e la luna asfittica delle serate metropolitane.
Mentre cammino in mezzo a questa foresta bilineare ho
la sensazone di essere in mezzo a migliaia di voci
e persone che parlano e situazioni imprevedibili.
Tutti a pochi metri di distanza, dietro pareti, finestre e serrande
dalle quali filrano tv, elettrodomestici, passi, urla, sorrisi,
amplessi, danze forsennate e posate che toccano
i piatti durante pasteggi sonnolenti.
Sono in una grande e immensa casa di cemento, asfalto e
pali di metallo e ci cammino dentro. In pochi metri quadri
siamo in tanti, affollati, a respirare la stessa aria bollente.
Eppure sono solo. In mezzo a tutti, vicino a tutti,
ma cammino assolutamente solo. Chi mi passa
affianco con la propria vita, chi mangia con noncuranza
a due passi da me e chi armeggia telefoni, computer,
smartphones e impredittibili oggetti elettronici mentre mi incrocia.
Ogni tanto ci penso, a quante vite attraverso
ogni giorno solo intersecando la mia traiettoria
di viaggio con quella di qualcun'altro o passando a
pochi metri dal loro giaciglio.
E' un paradosso incomprensibile la grande città
che ci tiene stretti e ammassati come chicchi di riso
inscatolati sottovuoto, costringendoci a soffrire del calore altrui
e allo stesso tempo ci allontana peggio di un muraglione in
pietra o uno spazio impercorribile.
Più ci affanniamo per sovrapporre il nostro culo sulla
testa dell'inquilino di sotto, più ci ingabbiamo volontariamente
insieme a migliaia di conosciuti e sconosciuti
e più aumentiamo la gelida e desolante freddezza
che ci serve per allontanare definitivamente gli altri dal nostro mondo.
Siamo riusciti ad eliminare le distanze fisiche
ma abbiamo imparato a creare quelle mentali.
La vera frontiera spaziale dell'uomo è dentro il suo cranio
e naviga insieme al suo cervello in un mare
arduo da mappare e difficile da esplorare ...
Sudo.
Le luci notturne inondano la stanza,
i rumori delle strade vibrano sulle pareti.
L'aria è pesante, calda.
L'afa si addensa nei polmoni,
respirare è uno sforzo opprimente.
Mi giro e mi rigiro nel letto.
Ogni tanto apro gli occhi: la tenda rossa, quella gialla.
Il tappeto blu aderente al pavimento.
Tengo stretto il cuscino intorno alle orecchie,
non voglio sentire nulla,
assolutamente nulla.
Ma i pensieri hanno sommerso la mia mente:
la paranoia è diventata adrenalinica.
Le vene gonfie sobbalzano sulla pelle
quando il sague le attraversa,
e battito dopo battito tutto il corpo è
diventato un'onda, una pulsazione.
La sensazione di bruciore allo stomaco cresce.
Si irradia in alto, poi in basso.
E morde. Tutti i sensi sono fuori controllo.
Le orecchie ascoltano e gli occhi
fissano, spalancati, la porta.
Il corpo si contrae, sono esausto.
La stanchezza è forte ma non riesco a dormire.
Pensieri, immagini e incubi mi torturano,
escludendo sonno e sogni, creando una patina di
immaginazioni distruttive e riflessioni obnubilanti.
E stanotte tira aria d'insonnia.
Sono scappato per non cadere vittima
dell'alito mortale che la anima.
Sono scappato per non sopportarne il morso in solitudine.
Sono scappato per non affrontare l'inequivocabile
verità che d'un lampo ho compreso che essa sottende.
Bramare a senso unico, insistere a cercare ciò che non si può trovare,
strisciando nella polvere della continua negazione,
dell'indifferente noncuranza.
Aggrappandomi a momenti che non si ripeteranno.
Nuoto in un mare in risacca che mi respinge ,
che mi depone sul bagnasciuga insieme alla folla,
a stare a guardare i riflessi altrui sulle acque.
L'insonnia è la prepotenza della mia anima in balia di
un desiderio mancato. Che si aggrappa a speranze
e flebili presagi o sensazioni. Che non riesce a tirare i remi in barca,
ad abbandonare una strada cieca tenendo gli occhi chiusi.
In essa, in realtà, è il riflesso dei miei tormenti ma anche della
mia fede incrollabile in un destino che rimane comunque
impassibile e silenzioso.
Stamattina, sotto il sole torrido e l’aria afosa che respiro ogni giorno ho immaginato quanto sarebbe tutto più semplice se chi mi sta vicino potesse vedere con i miei occhi. Provare con il mio cuore. Immaginarsi me stesso. Vedere il tenore ed il colore del piacere, della bellezza, del rancore, dell’incomprensione e della solitudine, a volte così dolce e altre volte così insidiosa, che ho vissuto. Vedere la franchezza, le bugie, ciò che ho mostrato di fasullo e ciò che ho nascosto di reale. Di quanto mi sia vergognato di pensare e di dire ciò che in realtà mi è sembrato così ingenuamente e forse ingannevolmente palese e di quanto abbia celato il candore delle mie ammissioni assecondando di volta in volta l’ego o i dubbi o le certezze altrui per addolcire ciò che invece di dolce avrebbe avuto solo l’ammissione in se. Ho pensato a quanto sarebbe tutto diverso se potessero vedere con i miei occhi… e se io potessi vedere coi loro. E sentire col loro cuore.
E invece è la realtà fallace che devo affrontare, il muro di cartone che nasconde e filtra tutto trasformando la realtà delle cose in mera ipotesi, in immaginazione probabile o semplicemente in incomprensibile illazione…
Ascoltatemi fratelli miei, amici miei, figli delle stesse esperienze, dello stesso battito che ci lega, dello stesso destino che in parte abbiamo condiviso. Ascoltatemi senza pensare, senza odiare, senza competere in lotte senza fiato e senza fine che non sia la distruzione altrui. Ascoltatemi e fatevi ascoltare. Guardatemi e lasciatemi guardare…
Io desidero, io pretendo di penetrare nell’universo che nascondete! Di aprire il mio e fondere così i miei orizzonti ristretti in nuovi e meravigliosi confini condivisi.
La realtà è come un riflesso sulle mille increspature di uno specchio d'acqua. Multiforme, irripetibile ma pur sempre uguale a se stessa nel suo sembrar differente. Ovunque guardi vedo volti simili, situazioni ed eventi affini. Anche la bellezza ha un sottile filo conduttore che lega le sue infinite espressioni tra di loro. Noi tutti esseri umani siamo simili in fondo all'anima, al di la di ciò che diciamo, di ciò che mostriamo, di ciò che viviamo. Ci allontanano le esperienze e l'incomunicabilità di fondo della nostra condizione separata, ma ad unirci c'è quella natura universale che ci rende espressione di una stessa forma e parte di uno stesso destino.
In fondo siamo tutti orfani dello stesso Dio...
Sono fermo su una roccia, la foresta pluviale si è interrotta bruscamente sul vuoto che mi sta davanti. I miei uomini sono ammutoliti. Zanzare, umidità e deliri febbricitanti sono ormai su un gradino percettivo troppo basso per poter essere avvertiti. L'unica cosa che conta adesso è lo spettacolo a cui stiamo assistendo. Un'infinità d'acqua si riversa con una violenza inaudita tra le rocce e i bordi della foresta. In miriadi di rivoli si lascia scivolare a picco sul suolo sottostante, decine di metri più sotto, creando nebulose d'acqua fittissime striate da diafani arcobaleni. La vastità di tutto questo è ineffabile. Il boato che la massa d'acqua produce riversandosi di sotto è assordante... nella mente c'è uno spazio assolutamente insufficiente per comprendere tutto ciò che vediamo, che sentiamo, che proviamo. Siamo totalmente sovrastati da questo pressante miraggio. Da questo sogno reale.
In questa terra lontana e sconosciuta Dio ha nascosto il suo giardino proibito. Chi siamo noi soldati senza esercito, guerrieri senza battaglia per poter attingere alla sua bellezza? Come osiamo sbiriciare tra i segreti della sua creazione?
Ciò che esploratori e conquistadores hanno visto e vissuto sulla loro pelle nei secoli in cui l'uomo si affacciava negli angoli dimenticati del proprio mondo è una porzione di intensità e meraviglia irripetibilmente perduta nelle spire di memorie umane dimenticate per sempre. Ma anche solo immaginarne la portata uò essere un'esperienza estatica, potente, assoluta... immaginare la meraviglia di trovarsi di fronte a qalcosa tanto bello e grande da eludere qualsiasi immaginazione o previsione. Qualcosa che non esisteva fino al momento in cui è stata scoperta.
Mi ricordo di un mio amico, quando andavo alle elementari, che abitava quì vicino a casa. Aveva sempre qualcosa che io desideravo, giocattoli stranissimi oppure le novità viste in tv e tante altre cose mirabolanti. Curiosamente in realtà lui teneva veramente poco a quegli oggetti: era solitamente più interessato a quelli che non possedeva ancora e anche dopo che riusciva ad ottenerli l'interesse durava qualche giorno o qualche settimana, mai di più. Finivano col divenire rottami mediamente indifferenti o addirittura polverosi arnesi dimenticati nel magazzino o in giro per casa: certe volte pronti per essere buttati in nome di un nuovo acquisto che li avrebbe soppiantati.
Eppure ogniqualvolta che Io o un altro dei miei amici prestavamo interesse per uno di quegli oggetti dimenticati il suo senso di possesso e il suo interesse crescevano di nuovo. Senza preavviso, senza motivo, per incanto. Così dall'anticamera dell'immondizia tornavano nell'empireo della sua camera, bene in vista e gelosamente custoditi e protetti, come se fossero stati sempre li al centro dell'attenzione e come se niente e nessuna novità di mercato potesse scalfire l'importanza che quell'oggetto ricopriva per lui.
La caratteristica più importante di questo bambino era la forte competitività. A scuola era un mio accerrimo nemico su tutto ciò in cui potevo essere superiore a lui, come la scrittura per esempio. L'idea di non essere superiore o di non poter ottenere una posizione vantaggiosa su di me anche in quel campo creava una situazione di nervosismo o antipatia di fondo molto brutta, giacchè l'amicizia ne risultava provata.
Credo che l'origine della mia spinta alla non competizione sia nata li. L'idea di dover sempre essere in gara per qualcosa che non mi interessava, dato che a me bastava avere amici con cui giocare o con i quali condividere i giochi ( in effetti non sono mai stato possessivo per i miei giocattoli, come invece lo ero per i libri, forse perchè tendevo a spaccarli in tempo relativamente breve ;-) )
Credo che la spinta a lottare per ciò che si ama, per ciò che si desidera derivi da quelle logiche poco simpatiche ma necessarie alla sopravvivenza a competere. Escludendo questa dimensione da subito non ho imparato a sudare e a combattere per le cose che desideravo realmente dentro di me. Ho imparato invece a lasciarle sfuggire via, a perderle con rammarico ma comunque con decisione.
Ecco perchè fatico e arranco adesso che cerco di raggiungere qualcosa che desidero. In fondo non mi interessa in che modo, in che misura, quanto possa avere di ciò che desidero. Ma volendo arrivare a vivere almeno qualcosa sento di dover lottare. Contro me stesso, contro gli eventi e contro gli altri. Lottare per non far prevalere le logiche delle bestie ma anche per esplicitare l'energia e la volontà di proseguire. Lottare contro chi è sempre in agguato per invitarti a fare un passo indietro, a ritirarti, a cercare di assoggettarti ai luoghi comuni, alle situazioni standard, al " tanto sai già come finiscono ", al " ma perchè ti devi mettere in mezzo a problemi più grandi di te ", al " sei patetico " e a chi vorrebbe che fuggissi in attesa di qualche presagio, di qualche oracolo che puntualmente non arriverà.
A lottare mi ci trovo male, malissimo, ma guardando indietro mi rendo conto di avere fatto molti passi avanti anche se piccoli, anche se insufficienti. Al di la di ogni cosa questo per me è un grande successo. In qualche modo ho capito che anche io posso mettere da parte la stratificazione che mi si è incrostata addosso per anni e resistere, anche se obiettivamente mi manca la tecnica, il know how per agire e comportarmi in situazioni di questo tipo. Ho necessità di sperimentare e gli esperimenti non sempre vanno a buon fine...
L'amicizia con quel vecchio amico è finita da tempo immemore. Ogni volta che stavo con lui mi sentivo messo in gioco, paragonato, piazzato su un ring. Eppure per molti anni ho avuto nostalgia della sua amicizia, per quanto soffocante fosse. I bambini vanno poco per il sottile e al di la di tutto io avevo nostalgia delle cose che facevamo insieme. Nei sentimenti naif e poco complessi di un bambino c'è lampante e ben definita la necessità, il desiderio, che sono le cose più importanti, più in alto di tutto. Ecco che io avevo necessità, desideravo la sua amicizia e dentro di me nessuna motivazione e nessuna ragione erano superiori ai miei desideri. Nessun orgoglio e nessuna barriera.
In realtà questo sentimento primordiale ed elementare sta riemergendo dagli strati di polvere accumulati nel tempo. La semplicità di un bambino è mille volte più forte della complessità di un adulto...
che strani percorsi evolutivi che intraprendiamo, passi avanti per tornare idietro, per andare avanti... chissà dove poi...
Un terremoto dall'interno. Da quello spazio sicuro e confortevole che è quello protetto da legami forti, dalle persone che credi siano le più importanti della tua vita, da quello che dovrebbe essere il tuo universo di comprensione. E invece mi sono ritrovato il dito puntato sulla gola, con l'enumerazione di motivi per cui Io sarei divenuto inconsapevolmente la causa di infiniti problemi. Addirittura ho dovuto sentire l'esternazione di un unanime senso di disagio riguardo al mio carattere. Al mio essere adesso. Riguardo ai miei stati d'animo e alle mie sensibilità.
Che ipocrisia. Oltre all'incomprensione di chi dovrebbe conoscerti anche l'ipocrisia. Quando lei stava male, quando stava morendo dentro non ho mai fatto mancare la mia comprensione per quanto lontani fossimo. Quando stava male e voleva scappare. Anche dopo che mi aveva demolito con le sue parole fredde e sferzanti ho cercato di venirle incontro nelle sue necessità di fuga, mettendo da parte la sofferenza che mi aveva provocato per il suo benessere. Ora che ci sono Io in quella situazione sto stretto, mi scaricano senza nemmeno provare o pensare di capire perchè credono di saperla lunga, di sapere tutto, perchè fa loro comodo. E' tutta una questione di comodo. Fa comodo essere grigi quando si soffre ed essere impermeabili al grigiore altrui quando il momento di buio si è superato. Ma possibile che non capiscano che senza comprensione non ci può essere unione ne null'altro con gli altri? O pensano che esistano situazioni comuni in cui tutto è sempre perfetto e tutto è sempre come vorremmo che fosse.
Così mi vengono sempre puntate addosso le dita delle aspettative. Io non posso aspettarmi nulla da niente e da nessuno, da nessuna situazione, da nessuna prospettiva, come se io non avessi bisogno di conferme o di capire dove sono messo e con chi ho a che fare. Eppure quando le loro conferme sono state messe in dubbio, quando le loro aspettative sono rimaste deluse, anche se per poco, i loro crolli li hanno avuti. Il saccente pontificatore stesso ha avuto un crollo "perchè avevo bisogno di avere conferme" perchè aveva una paura assurda ed ingiustificata ( come gran parte delle paure ) che non avrebbe ricevuto più ciò che riceveva prima dall'altra persona in questione... ma Io non devo aspettarmi ne pretendere ne volere nulla: le mie necessità, le mie conferme hanno un valore infinitesimamente inferiore alle loro.
Egoismo. Individualismo. Stati di comodo.
A volte ho l'impressione che si possa avere più comprensione da chi apparentemente ti è più lontano. Da chi sembra anni luce dai tuoi guai, dalla tua vita, dalle tue esperienze. Chi non sembra alla fine è capace di volerti bene maggiormente rispetto a chi invece "dovrebbe" mentre in realtà chi ti sta vicino spesso si ricorda di te solo quando sta male, quando le cose sono sull'orlo del baratro e stanno per crollargli addosso. Queste sono aspettative a senso unico.
Dopo l'esternazione della loro freddezza, della loro vuotezza, del loro menefreghismo assoluto in nome di ideali comunitari irreali e di pisciate territoriali malcelate avvenuta ieri sera sento di avere necessità di chiudere per sempre i ponti con queste persone. Mi si è aperta una realtà che non combacia con ciò che vedevo. Ora come ora non voglio più vederli ne sentirli, mi hanno tradito più di quanto avrebbe potuto tradirmi chiunque altro. E' la mia amicizia a essere stata demolita, abbattuta, messa da parte. Mi sono scoperto e messo a nudo a fatica, ho calato le difese e fatto i miei piccoli passi verso di loro, nonostante la situazione inverosimilmente assurda in cui mi sono trovato - checchè ne possano dire loro sminuendo sempre tutto ciò che non li tange - e ricevendo puntualmente solo pugnalate profonde al cuore. Hanno tradito anni di vita ed esperienze e condivisioni. Di tutto quello non resta nulla, meno che polvere. Loro hanno scelto di mettere davanti a tutto un fantomatico ideale inumano, inesistente e senza capisaldi o punti fissi ( nonostante la loro situazione di disparità rispetto alla situazione comune fosse un evidente ipocrisia del loro sistema... ) mentre io ho sempre messo l'amicizia, l'umana e semplice amicizia prima di tutto. Per quanto individuale e scontata e terra terra possa sembrare a qualcuno...
Ne ho ricevuto solo disprezzo e saccenza e incomprensione... che vadano per la loro strada e mi stiano lontani.