Stamattina mentre aggredivo la stratigrafia dello scavo con veemenza e malcelato nervoso, a causa della precedente serata conclusasi in modo poco simpatico, ho pensato a lungo a quelle cose che nella mia vita mi hanno impedito di inseguire determinati sogni o prendere scelte importanti o semplicemente imboccare un sentiero rispetto ad un altro. C'è sempre stato qualcosa che mi legava allo status quo, al percorso sonnolento e regolare degli eventi e delle cose, c'è sempre stata una catena o un legame, a seconda di come lo si voglia vedere, sempre un'aspettativa mia o altrui da soddisfare o un qualcosa da completare. E' come se in ogni momento della mia vita io abbia dato più importanza ad un pensiero in potenza non concretizzato rispetto ad un qualcosa di potenzialmente concreto e reale.
Famiglia, luoghi dell'infanzia o comunque luoghi noti, schemi e routine a cui siamo abituati, comodità e consuetudini più o meno imprescindibili. Soprattutto le nostre proiezioni - aspettative future. L'idea lineare e deterministicamente coerente di un nostro io in crescita o in formazione, di noi stessi in una nicchia ben precisa, in un punto determinato dello spazio intersociale, di un abito ben preciso che indossiamo nella vita ci trattiene in una gamma di scelte e possibilità limitate, ci consente una ristretta possibilità di movimento, di deviazione, di poter dire si per seguire un attimo, un istante, una possibilità. Siamo innestati in un sistema di libertà a scatole chiuse di raggi d'azione contingentati, di libertà autolimitate. L'università, per esempio, è un ceppo molto forte, perchè racchiude in se, oltre alle incombenze materiali degli esami che si devono sostenere per raggiungere l'obiettivo, anche l'idea di un ruolo: un corso di eventi che porterà all'etichettamento e alla definizione del proprio se in base al titolo raggiunto. Aveva ragione Lao - Tze quando diceva che si deve avere il coraggio di abbandonare lo studio per intraprendere la vita. Anche le amicizie, quelle amicizie forti che non vorremmo mai perdere, finiscono col diventare legami che ci consentono di ruotare attorno ad esse limitatamente come elettroni senza possibilità di fuga, che oltretutto perseguono una tendenza che porta a far collimare la nostra identità specifica con quelle altrui e quindi a perdere di vista noi stessi come singoli in favore di un gruppo di appartenenza. Nonostante questo sia un dolce e melodico modo per vivere, per condividere la vita insieme a qualcuno, per vivere senza essere soli. In questa prospettiva lasciarsi andare ad un'amicizia forte diventa una vera e propria scelta di vita per le conseguenze che potrebbe avere sul corso dei nostri eventi e sulla strada del nostro destino. A volte molto più di una relazione, che in realtà è un legame troppo fragile dipendente com'è da mille aspettative e regole e cappi al collo, minato alla base da idee e pensieri. Scegliere di camminare con le mani strette ad quelle di qualcun'altro unisce e non ci fa sentire soli, ci fa amare ma riduce notevolmente l'ampiezza d'onda della nostra libertà.
C'è sempre qualcosa da perdere, sia essa un'idea o un qualcosa di concreto come un lavoro o una casa o una rete di conoscenze. Siamo legati attraverso mille cordicelle alle pareti che ci stanno intorno. Viaggiare lontano nell'oceano dell'imprevedibile e di ciò che a noi è lontano ci è precluso dalle nostre stesse scelte passate e dall'idea che esista una personalità o un'identità da coltivare o plasmare con un volto definito seguendo strade e sentieri precisi.
In realtà credo che sia veramente così, che "È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa "¹. Solo chi ha la strada sgombra e il pensiero leggero può tuffarsi a capofitto negli eventi in totale libertà e armonia col flusso dell'indeterminato. Chi non ha altro che se stesso, chi non ha per davvero nulla da perdere o chi è convinto di non averlo.
Una parte di me, in fondo, ambisce a questa forma devastante di libertà, vorrebbe dipingersi come solitario viaggiatore della vita, come un piccolo principe a spasso per tutti i mondi delle possibilità...Non so comunque se sarei capace a rinunciare a tutto, alle persone, per inseguire ombre e presagi e istinti di una vita sulla cresta di se stessa.
Tuttavia non posso negare che questa libertà estrema abbia su di me un fascino irresistibile...
...essere come una piuma che si lascia trasportare dal vento...
¹Tyler Durden, Fight Club
Oggi ho indossato l'abito del vento. Leggero, invisibile, sorridente e fresco, volatile e a tratti silenzioso ma in realtà sempre felice. La dimensione aerea del mio esplicarmi è stata dolce e piacevole. Ho assaporato il fiatone, la fame sedata, il placido spazio marino fatto di salsedine e acqua, il piacere dello spostamento col sole del tardo pomeriggio, l'ambiente catartico della mia vera casa. Per apprezzare le cose bisogna respirare piano e sorridere senza pensare, ricercare e adagiarsi sui piccoli piaceri di cui è cosparsa ogni nostra giornata, se abbiamo voglia di coglierli.
Il piacere di farsi la doccia dopo aver sudato e rimanere a torso nudo col turbante sui capelli fradici.
Il piacere di non lasciarsi trascinare dai pensieri e dalle trappole emotive che vengono da fuori.
Il piacere di apprezzare una persona sconosciuta che trasmette benessere e tenerezza.
Il piacere di abbandonarsi alle onde.
Il piacere di calcare coi piedi la terra secca e le sterpaglie laddove di solito passo fugacemente in macchina.
Il piacere della voce roboante di Zio Sandro in mezzo al rumore delle foglie smosse dal vento.
Il piacere dei ricordi che riemergono dolcemente con la semplicità di un sorriso senza dolore ne nostalgia.
Il piacere di ascoltare tutto l'amore che provo dentro senza sentire pesi o soffocamenti ma solo intensità e gioia.
Il piacere di rendermi conto di poter indirizzare e controllare me stesso e di essere in realtà solo Io l'ago della mia bilancia.
Il morbido e insostituibile piacere di esistere...
Eccomi madre,
della mia carne la tua terra
reclama il sapore amaro e sudato
di chi ha lavorato sotto il sole nella polvere.
Accetta, madre mia,
queste mani rugose e logorate
che tanti volti e corpi e vite
han stretto e accarezzato tra le spire del vento.
Benedici, antica madre,
l'energia sanguigna che vi circola,
il battito silenzioso che le anima, il respiro
eterno che le nutre col tuo alito e il tuo profumo.
Amami madre e amica,
col cuore infinito che si cela nelle rocce,
nell'acqua e nei fiori colorati dei campi.
Amami con la passione imperitura
dei temporali, con l'energia delle maree,
con la luce fioca ma violentemente voluttuosa della Luna.
Solo tu, mio unico destino terreno,
mio sangue, mia dolce e straripante linfa,
esisti in questo oceano di apatici riflussi.
Solo a te la mia speranza e la mia preghiera,
a te il mio cuore e la mia anima, a te
la mia vita tortuosa e stralunata.
A te, amore mio,
il pensiero di questa voce
e la coscienza del tuo fluire negli anfratti
più remoti della mia esistenza...
Ieri sera, nell'eccitazione della danza mi sono lasciato trasportare da istanze primitive. L'immaginazione si è fusa col gioco creando una situazione fittizia ma reale. Mentre gli amplificatori ritmavano i miei movimenti mi sono immerso in un mondo di fantasia fatto di ombre, di luci sommesse e tende colorate tinte dei riverberi puntiformi che balenavano dalle finestre di casa.
Ho inseguito, cercato, afferrato, individuato. Ripreso creature immaginarie che volteggiavano nell'aria e si nascondevano e si inseguivano nell'etere ineffabile di cui è fatto il mondo dei sogni. Tutto così bello e irrazionalmente leggero. Nemmeno i muscoli delle gambe si sono fermati nonostante le fitte di acido lattico causate dalle sollecitazioni forsennate a cui le ho sottoposte.
L'unico mio rammarico è la sconnessione con i miei compagni di danza. Uno assolutamente lontano, immerso in una coltre di ghiaccio che lascia trasparire solo qualche barlume di contorno. Un'altra tesa in uno stato semicontrollato come di chi si abbandona all'onda solo a tratti. L'ultima lontana a priori, sempre più lontana da me e dal mio esistere.
L'essere ignorati da chi ha sfiorato il tuo mondo è una sensazione orribile. E questo continuo ignorare e respingere la mia piccola e poca presenza mi sta logorando più di ogni altra cosa. L'ineffabilità di questa situazione di scollegamento è diventato un demone che mi rode dentro e mi spinge all'odio e alla rabbia. Ma è nell'istinto e nella volontà di continuare la chiave del mio fluire e a quiesto cerco ancora di afferrarmi con le poche forze che mi rimangono. Nonostante tutto sono ancora quì. Anche se la crepa in fondo a quest'anima sta diventando sempre più un baratro.
Un baratro incolmabile nel quale stanno precipitando irrimediabilmente anni e anni di legami e tensioni e ricordi...
e vita...
In questa danza di Kali che distrugge ogni cosa aspetto di trovare l'essenza equilibratrice di Shiva. Dai brandelli del vecchio deve rinascere un nuovo. Anche se questo nuovo non per forza assomiglia a qualcosa o a qualcuno che conosciamo... qualcuno che abbiamo perduto per sempre in una strada che non possiamo più percorrere...
Ieri sera camminavo per le strade vecchie e strette de "la Marina", il quartiere pittoresco prospicente al porto di Cagliari. La nuvolosità del cielo rendeva l'atmosfera vagamente autunnale. Tra ateliers, persone di tutti i colori e le estrazioni e la luce rosata prima del tramonto ho rievocato una sensazione che si era perduta nel tempo. Una vaga sensazione di piacere "urbano" che nasce sotto la lingua e si trasforma in benessere pineale, di difficile comprensione ma vagamente simile al tiepido piacere pre sonno.
L'acmen di questo piacere è stato il momento in cui ho incrociato due donne in uno di questi vicoli caratteristici e profumati di cibi, spezie e voci eteroclite. Entrambe vestite con un tailleur nero, alte meno di un metro e sessantacinque, i capelli biondi appena sopra le spalle, i visi incorniciati da occhiali con una montatura scura. Camminavano con un incedere controllato, non lento ma neppure veloce, e parlavano sommessamente illuminate da una o più luci sulla sinistra: non so nemmeno se fossero insegne o lampioni le fonti di questa luminosità. Mentre si avvicinavano quella sensazione indefinita ha incominciato a diffondersi a livello fisico, un meticoloso godimento tra il formicolio e la sazietà che è rimasto tale per qualche minuto dopo il loro passaggio.
Ho l'impressione che questa sensazione scaturisca da qualche libro, da qualche pagina di Herman Hesse o Umberto Eco, o forse da qualche immagine del mio immaginario remoto che ho dimenticato. Un'aspirazione passata ma allo stesso tempo non accantonata. L'idea di una vita urbana e compassata, quasi chic ma allo stesso tempo non snob, semplicemente adorna di quei tipi di raffinatezze intellettuali e di quei sottili piaceri culturali da gustare nel sottobosco misterioso di una città antica e non metropolitana quale è Cagliari.
Questa inaspettata fonte di piacere mi ha fatto pensare a quanto potrebbe essere facile cambiare maschera per inseguire sensazioni e situazioni che, limitate nel tempo, ci si presentano arricchendo di note e sfumature l'atmosfera in cui siamo immersi. Ieri ho desiderato ardentemente di poter assecondare quel piacere, di inseguire senza pensieri quel modello che sa di muri in calcare anneriti e piccole vie scarsamente illuminate, di passi più che ruote, di piccoli pertugi che nascondono microcosmi fumosi tappezzati di velluti e lampade di luce filtrata e di caffè venuti fuori da qualche tela impressionista.
Che senso ha inseguire una forma duratura, un concetto definito e delineato quando le nostre pulsioni e i nostri desideri sono così effimeri e cangiano con il fluire del tempo, dello spazio e delle situazioni?
E' come se scegliendo un solo sentiero si perdano irrimediabilmente una marea di pigmenti e di odori, di stranezze e curiosità, delle irripetibili sfacettature in cui la molteplicità dell'esistenza si esplica come una gemma lavorata. Non so, vorrei saper cambiare maschera e abito di scena, ogni tanto, senza dover per forza rischiare di perdere il filo che mi lega al mio se.