29/06/2007

Stamattina mentre aggredivo la stratigrafia dello scavo con veemenza e malcelato nervoso, a causa della precedente serata conclusasi in modo poco simpatico, ho pensato a lungo a quelle cose che nella mia vita mi hanno impedito di inseguire determinati sogni o prendere scelte importanti o semplicemente imboccare un sentiero rispetto ad un altro. C'è sempre stato qualcosa che mi legava allo status quo, al percorso sonnolento e regolare degli eventi e delle cose, c'è sempre stata una catena o un legame, a seconda di come lo si voglia vedere, sempre un'aspettativa mia o altrui da soddisfare o un qualcosa da completare. E' come se in ogni momento della mia vita io abbia dato più importanza ad un pensiero in potenza non concretizzato rispetto ad un qualcosa di potenzialmente concreto e reale.

Famiglia, luoghi dell'infanzia o comunque luoghi noti, schemi e routine a cui siamo abituati, comodità e consuetudini più o meno imprescindibili. Soprattutto le nostre proiezioni - aspettative future. L'idea lineare e deterministicamente coerente di un nostro io in crescita o in formazione, di noi stessi in una nicchia ben precisa, in un punto determinato dello spazio intersociale, di un abito ben preciso che indossiamo nella vita ci trattiene in una gamma di scelte e possibilità limitate, ci consente una ristretta possibilità di movimento, di deviazione, di poter dire si per seguire un attimo, un istante, una possibilità. Siamo innestati in un sistema di libertà a scatole chiuse di raggi d'azione contingentati, di libertà autolimitate. L'università, per esempio, è un ceppo molto forte, perchè racchiude in se, oltre alle incombenze materiali degli esami che si devono sostenere per raggiungere l'obiettivo, anche l'idea di un ruolo: un corso di eventi che porterà all'etichettamento e alla definizione del proprio se in base al titolo raggiunto. Aveva ragione Lao - Tze quando diceva che si deve avere il coraggio di abbandonare lo studio per intraprendere la vita. Anche le amicizie, quelle amicizie forti che non vorremmo mai perdere, finiscono col diventare legami che ci consentono di ruotare attorno ad esse limitatamente come elettroni senza possibilità di fuga, che oltretutto perseguono una tendenza che porta a far collimare la nostra identità specifica con quelle altrui e quindi a perdere di vista noi stessi come singoli in favore di un gruppo di appartenenza. Nonostante questo sia un dolce e melodico modo per vivere, per condividere la vita insieme a qualcuno, per vivere senza essere soli. In questa prospettiva lasciarsi andare ad un'amicizia forte diventa una vera e propria scelta di vita per le conseguenze che potrebbe avere sul corso dei nostri eventi e sulla strada del nostro destino. A volte molto più di una relazione, che in realtà è un legame troppo fragile dipendente com'è da mille aspettative e regole e cappi al collo, minato alla base da idee e pensieri. Scegliere di camminare con le mani strette ad quelle di qualcun'altro unisce e non ci fa sentire soli, ci fa amare ma riduce notevolmente l'ampiezza d'onda della nostra libertà.

C'è sempre qualcosa da perdere, sia essa un'idea o un qualcosa di concreto come un lavoro o una casa o una rete di conoscenze. Siamo legati attraverso mille cordicelle alle pareti che ci stanno intorno. Viaggiare lontano nell'oceano dell'imprevedibile e di ciò che a noi è lontano ci è precluso dalle nostre stesse scelte passate e dall'idea che esista una personalità o un'identità da coltivare o plasmare con un volto definito seguendo strade e sentieri precisi.

In realtà credo che sia veramente così, che "È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa "¹. Solo chi ha la strada sgombra e il pensiero leggero può tuffarsi a capofitto negli eventi in totale libertà e armonia col flusso dell'indeterminato. Chi non ha altro che se stesso, chi non ha per davvero nulla da perdere  o chi è convinto di non averlo.

Una parte di me, in fondo, ambisce a questa forma devastante di libertà, vorrebbe dipingersi come solitario viaggiatore della vita, come un piccolo principe a spasso per tutti i mondi delle possibilità...Non so comunque se sarei capace a rinunciare a tutto, alle persone, per inseguire ombre e presagi e istinti di una vita sulla cresta di se stessa.

Tuttavia non posso negare che questa libertà estrema abbia su di me un fascino irresistibile...

...essere come una piuma che si lascia trasportare dal vento...

¹Tyler Durden, Fight Club



Oblivious
 
00:09| commenti | commenti (pop-up) | Permalink
 

22/06/2007

Una salita faticosa, lungo il viale assolato che ascende lentamente sulla rocca di calcare bianco e luminoso della Città. Il mio corpo si muove sudando sotto il sole che filtra dalle chiome degli alberi incastrati nelle aiuole. So che tra cinque minuti ti vedrò, che tra cinque minuti l’algoritmo della dipendenza velata si farà sentire, come formicolio, come foga, come energia a fior di pelle. Eppure mi nutro della luce, della placida gioia che emanano i fiori e i massicci paramenti murari impostati sul calcare: mi lascio sedurre dal luccichio delle macchine che sfuggono sull’asfalto, dai riverberi sui tetti che si stendono a perdita d’occhio fino al mare e agli stagni. Tutto è un magnifico quadro, tutto è poesia infinita che penetra dentro ai polmoni attraverso il mio fiato congestionato. Il mio piacere, il mio godere intensamente di questo oceano di tangibile bellezza è sommerso dal pensiero di te, della tua presenza la sotto da qualche parte, del tuo respirare, del tuo fluire nella tua vita. Di tutto ciò che di bello c’è intorno a me rimane solo una sensazione d’abbaglio.
 
So che non ci sarai, che sarai assente, che il tuo esplicarti è lieve e lontano, solo e distante. Ma Io sento, Io sono come un’onda, un fiume che straripa, come una nuvola scura ed elettrica incombente. Come il vento, l’argento vivo, senza misura ne contenimento o approssimazione in ciò che provo, in ciò che vivo.
Io sono un’ombra che desidera sciogliersi alla luce. E la tua luce ammaliante mi soffoca così lontana, così impercettibile, così inafferrabile e sfuggente. Una luce impossibile.
Ma mentre riprendo a scendere sul viale, mentre vado incontro alla tua distanza sono comunque felice e sorrido tra un passo e l’altro. Sorrido perché, anche se non mi accorgo di nulla, la vera cosa che conta dentro di me è il provare qualcosa, il sentire qualcosa che mi da vita, che riempie di note e di colori il paesaggio e i pensieri e l’immaginazione. Amare è un ululato irriverente alla freddezza del mondo. Una fiamma che brucia il vuoto producendo profumi speziati e inebrianti.
In realtà siamo tutti diversi in ciò che proviamo, in ciò a cui diamo importanza, in ciò che vogliamo. In ciò che siamo. Un sottile vetro di ineffabilità ci divide inesorabilmente ma ciò che sentiamo verso gli altri, ciò che sento verso te e verso le persone a cui tengo mi spinge oltre quel muro, in qualche modo mi lega e mi unisce a voi. Mi tiene stretto a te anche se non puoi sentirmi, anche se i nostri pattern emotivi sono su due lunghezze d’onda differenti, anche se è solo nelle effimere occasioni in cui siamo soli che stringi la mia mano con forza nell’oscurità della notte.
 
Quel giorno ti ho raggiunto, scendendo dal viale, camminando tra le case, trovandoti a casa ma non guardandoti, perché era solo nei miei pensieri che riuscivo a vederti. Ora è sulle ali di una farfalla, sul loro battito morbido e leggero, sulla loro superficie incantevole e delicata che scorre il mio sentire intenso e indefinibile. Verso di te. Verso il mondo.
La forma che ha assunto la coscienza di questo aspetto della mia anima è sempre più simile ad un abbandonarsi alle cose, ad un abbandonarsi a se stessi… piano piano le maree che si muovono dal mio Io profondo eroderanno i bastioni di polvere che circondano il mio castello sulle nuvole e mi libereranno dalle catene di ghiaccio che mi congelano il sangue.
 
Piano piano svestirò le mie paure ancestrrali e mi renderò conto che sto andando incontro ai miei sogni...


Oblivious
 
16:21| commenti (5)| commenti (5) (pop-up) | Permalink
 

18/06/2007

Oggi ho indossato l'abito del vento. Leggero, invisibile, sorridente e fresco, volatile e a tratti silenzioso ma in realtà sempre felice. La dimensione aerea del mio esplicarmi è stata dolce e piacevole. Ho assaporato il fiatone, la fame sedata, il placido spazio marino fatto di salsedine e acqua, il piacere dello spostamento col sole del tardo pomeriggio, l'ambiente catartico della mia vera casa. Per apprezzare le cose bisogna respirare piano e sorridere senza pensare, ricercare e adagiarsi sui piccoli piaceri di cui è cosparsa ogni nostra giornata, se abbiamo voglia di coglierli.

Il piacere di farsi la doccia dopo aver sudato e rimanere a torso nudo col turbante sui capelli fradici.

Il piacere di non lasciarsi trascinare dai pensieri e dalle trappole emotive che vengono da fuori.

Il piacere di apprezzare una persona sconosciuta che trasmette benessere e tenerezza.

Il piacere di abbandonarsi alle onde.

Il piacere di calcare coi piedi la terra secca e le sterpaglie laddove di solito passo fugacemente  in macchina.

Il piacere della voce roboante di Zio Sandro in mezzo al rumore delle foglie smosse dal vento.

Il piacere dei ricordi che riemergono dolcemente con la semplicità di un sorriso senza dolore ne nostalgia.

Il piacere di ascoltare tutto l'amore che provo dentro senza sentire pesi o soffocamenti ma solo intensità e gioia.

Il piacere di rendermi conto di poter indirizzare e controllare me stesso e di essere in realtà solo Io l'ago della mia bilancia.

Il morbido e insostituibile piacere di esistere...



Oblivious
 
00:59| commenti (2)| commenti (2) (pop-up) | Permalink
 

14/06/2007

Eccomi madre,
della mia carne la tua terra
reclama il sapore amaro e sudato
di chi ha lavorato sotto il sole nella polvere.

Accetta, madre mia,
queste mani rugose e logorate
che tanti volti e corpi e vite
han stretto e accarezzato tra le spire del vento.

Benedici, antica madre,
l'energia sanguigna che vi circola,
il battito silenzioso che le anima, il respiro
eterno che le nutre col tuo alito e il tuo profumo.

Amami madre e amica,
col cuore infinito che si cela nelle rocce,
nell'acqua e nei fiori colorati dei campi.

Amami con la passione imperitura
dei temporali, con l'energia delle maree,
con la luce fioca ma violentemente voluttuosa della Luna.

Solo tu, mio unico destino terreno,
mio sangue, mia dolce e straripante linfa,
esisti in questo oceano di apatici riflussi.

Solo a te la mia speranza e la mia preghiera,
a te il mio cuore e la mia anima, a te
la mia vita tortuosa e stralunata.

A te, amore mio,
il pensiero di questa voce
e la coscienza del tuo fluire negli anfratti
più remoti della mia esistenza...



Oblivious
 
16:57| commenti (3)| commenti (3) (pop-up) | Permalink
 

10/06/2007

Ieri sera, nell'eccitazione della danza mi sono lasciato trasportare da istanze primitive. L'immaginazione si è fusa col gioco creando una situazione fittizia ma reale. Mentre gli amplificatori ritmavano i miei movimenti mi sono immerso in un mondo di fantasia fatto di ombre, di luci sommesse e tende colorate tinte dei riverberi puntiformi che balenavano dalle finestre di casa.

Ho inseguito, cercato, afferrato, individuato. Ripreso creature immaginarie che volteggiavano nell'aria e si nascondevano e si inseguivano nell'etere ineffabile di cui è fatto il mondo dei sogni. Tutto così bello e irrazionalmente leggero. Nemmeno i muscoli delle gambe si sono fermati nonostante le fitte di acido lattico causate dalle sollecitazioni forsennate a cui le ho sottoposte.

L'unico mio rammarico è la sconnessione con i miei compagni di danza. Uno assolutamente lontano, immerso in una coltre di ghiaccio che lascia trasparire solo qualche barlume di contorno. Un'altra tesa in uno stato semicontrollato come di chi si abbandona all'onda solo a tratti. L'ultima lontana a priori, sempre più lontana da me e dal mio esistere.

L'essere ignorati da chi ha sfiorato il tuo mondo è una sensazione orribile. E questo continuo ignorare e respingere la mia piccola e poca presenza mi sta logorando più di ogni altra cosa. L'ineffabilità di questa situazione di scollegamento è diventato un demone che mi rode dentro e mi spinge all'odio e alla rabbia. Ma è nell'istinto e nella volontà di continuare la chiave del mio fluire e a quiesto cerco ancora di afferrarmi con le poche forze che mi rimangono. Nonostante tutto sono ancora quì. Anche se la crepa in fondo a quest'anima sta diventando sempre più un baratro.

Un baratro incolmabile nel quale stanno precipitando irrimediabilmente anni e anni di legami e tensioni e ricordi...

e vita...

In questa danza di Kali che distrugge ogni cosa aspetto di trovare l'essenza equilibratrice di Shiva. Dai brandelli del vecchio deve rinascere un nuovo. Anche se questo nuovo non per forza assomiglia a qualcosa o a qualcuno che conosciamo... qualcuno che abbiamo perduto per sempre in una strada che non possiamo più percorrere...



Oblivious
 
14:33| commenti (2)| commenti (2) (pop-up) | Permalink
 

03/06/2007

Ieri sera camminavo per le strade vecchie e strette de "la Marina", il quartiere pittoresco prospicente al porto di Cagliari. La nuvolosità del cielo rendeva l'atmosfera vagamente autunnale. Tra ateliers, persone di tutti i colori e le estrazioni e la luce rosata prima del tramonto ho rievocato una sensazione che si era perduta nel tempo. Una vaga sensazione di piacere "urbano" che nasce sotto la lingua e si trasforma in benessere pineale, di difficile comprensione ma vagamente simile al tiepido piacere pre sonno.

L'acmen di questo piacere è stato il momento in cui ho incrociato due donne in uno di questi vicoli caratteristici e profumati di cibi, spezie e voci eteroclite. Entrambe vestite con un tailleur nero, alte meno di un metro e sessantacinque, i capelli biondi appena sopra le spalle, i visi incorniciati da occhiali con una montatura scura. Camminavano con un incedere controllato, non lento ma neppure veloce, e parlavano sommessamente illuminate da una o più  luci sulla sinistra: non so nemmeno se fossero insegne o lampioni le fonti di questa luminosità. Mentre si avvicinavano quella sensazione indefinita ha incominciato a diffondersi a livello fisico, un meticoloso godimento tra il formicolio e la sazietà che è rimasto tale per qualche minuto dopo il loro passaggio.

Ho l'impressione che questa sensazione scaturisca da qualche libro, da qualche pagina di Herman Hesse o Umberto Eco, o forse da qualche immagine del mio immaginario remoto che ho dimenticato. Un'aspirazione passata ma allo stesso tempo non accantonata. L'idea di una vita urbana e compassata, quasi chic ma allo stesso tempo non snob, semplicemente adorna di quei tipi di raffinatezze intellettuali e di quei sottili piaceri culturali da gustare nel sottobosco misterioso di una città antica e non metropolitana quale è Cagliari.

Questa inaspettata fonte di piacere mi ha fatto pensare a quanto potrebbe essere facile cambiare maschera per inseguire sensazioni e situazioni che, limitate nel tempo, ci si presentano arricchendo di note e sfumature l'atmosfera in cui siamo immersi. Ieri ho desiderato ardentemente di poter assecondare quel piacere, di inseguire senza pensieri quel modello che sa di muri in calcare anneriti e piccole vie scarsamente illuminate, di passi più che ruote, di piccoli pertugi che nascondono microcosmi fumosi tappezzati di velluti e lampade di luce filtrata e di caffè venuti fuori da qualche tela impressionista.

Che senso ha inseguire una forma duratura, un concetto definito e delineato quando le nostre pulsioni e i nostri desideri sono così effimeri e cangiano con il fluire del tempo, dello spazio e delle situazioni?

E' come se scegliendo un solo sentiero si perdano irrimediabilmente una marea di pigmenti e di odori, di stranezze e curiosità, delle irripetibili sfacettature in cui la molteplicità dell'esistenza si esplica come una gemma lavorata. Non so, vorrei saper cambiare maschera e abito di scena, ogni tanto, senza dover per forza rischiare di perdere il filo che mi lega al mio se.



Oblivious
 
11:44| commenti (5)| commenti (5) (pop-up) | Permalink
 





Cronologia

Current Inputs

» Rosetta
Un film che mi ha scosso. Crudo, brusco, assolutamente spietato. Un capolavoro dei fratelli Dardenne che ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 1999. La storia è incentrata sulla sopravvivenza, sulla miseria, fisica e interiore vissuta dalla protagonista in una esasperata lotta con la propria immagine sociale e la propria coscienza. L’atmosfera nervosa, le riprese in movimento e l’assenza di una colonna sonora ( il film è girato in odore di dogma 95 ) contribuiscono a dare forma ad un film che ha il duro sapore di una realtà che rifiutiamo di conoscere…
» 1001 Nights
Let's then dream… Da un progetto di Yoshitaka Amano e David Newman una piccola meraviglia su pellicola: è il sogno della principessa Budou, trasposto in immagini dal maestro giapponese con la musica della filarmonica di Los Angeles come sottofondo. Il risultato è un cortometraggio in cui colori e forme vorticano sullo schermo, inseguiti dalle note dell'orchestra californiana. Un gioiello che è più un dipinto in movimento che un semplice anime. Non posso che consigliare la visione di 1001 nights, ricordando che non bisogna ricercarne inutilmente un senso ma semplicemente lasciarsi trasportare dalle sensazioni audiovisive in quella che è il racconto di un sogno…
» Amores Perros
Amore e cani, un gioco di parole in spagnolo che getta un'ombra di disillusione su tutto il film… tre storie che si snodano nella metropoli messicana tra speranza e delusione, in cui è l’amore il vero regista, quell’amore che si scontra pesantemente con una realtà che lascia poco spazio alle illusioni. Un lavoro decisamente interessante, questo di Alejandro González Iñárritu, con spunti profondi e un montaggio molto ben riuscito. Girato nel 2000.

» Seppellite il Mio Cuore a Wounded Knee
La storia degli indiani d'america in terra statunitense durante la seconda metà dell'800, l'epoca west sulla quale sono stati girati kilometri di pellicola dagli anni 50 in poi, ma stavolta dal punto di vista di chi la spinta verso il west l'ha subita e cioè gli indiani stessi. Scritto nel 1970 dallo storico americano Dee Brown fu il primo colpo di scure all'immagine che di quell'epoca il cinema aveva trasmesso e quindi un primo e onesto sguardo alla realtà storica della sistematica oppressione di tutti i popoli indiani da parte del congresso degli USA.
» Senza Perdere la Tenerezza
Il ritratto di un uomo che è diventitato un icona senza perdere la propria semplicità e i propri ideali. La biografia del Che che Taibo Paco Ignacio II ha scritto riuscendo a mantenere intatto l'uomo reale che descriveva rispetto alla mitologia soverchiante che l'amore di intere generazioni ha creato sulla sua persona.
» Discesa all'Inferno
Di Doris Lessing. La lotta tra la realtà interiore e il conformismo obliterante che cerca di farci perdere la nostra dimensione personale in favore di una freddezza razionale che viene identificata come "normalità".

» Tool - 10000 Days
Dopo 5 anni di silenzio i Tool pubblicano un cd che, in quanto a melodie e tematiche, calca gli stessi passi di Lateralus. I ritmi e le note sono buoni, ma l'energia è nettamente inferiore al loro successo del 2001. Rimane comunque un ottimo cd musicale, decisamente sopra la media di quello che si trova in circolazione, ma di sicuro non abbastanza per chi era stato abituato ad una crescita costante nella qualità delle produzioni della band californiana.
» Massive Attack - Collected
Un greatest hits con i successi più importanti della band di Bristol. Interessante il secondo cd/dvd con diverse unreleased, remix e con tutti i bellissimi video prodotti. Un piacevole interloop in attesa dell'uscita di Weather Underground atteso per il 2007.
» Thom Yorke - The Eraser
Un buon cd, il primo da solista per il frontman dei Radiohead, ricco di spunti interessanti e buone melodie. Tuttavia, nel complesso, non al livello dei lavori dei Radiohead...
Radioblog
Ci sto lavorando...