Così, con passi felpati vado via... In verità sarei potuto volar via da quì tanto tempo fa. E col tempo le condizioni non solo non son cambiate ma erano sicuramente migliori prima. Eppure il momento è questo. Forse è scritto dentro di me da qualche parte. Forse è scritto che col cielo di Giugno, col vento caldo dell'estate, avrei cominciato la mia lunga migrazione. Una migrazione senza meta, per ora... o forse per sempre, perchè le mete sono punti fissi che esistono solo negli occhi che le scorgono. Scelta deliberata o apparente scoperta, quale che sia la vera natura di una meta, i miei occhi ora non vedono nient'altro che un orizzonte sconfinato e si lasciano tentare dall'idea di sfuggire, di scappare via... la vertigine dopo il decollo...
Con il mio piccolo stormo volo via. Librandomi in un cielo che a volte preannuncia tempesta e a volte è così limpido e caldo che potrebbe sciogliermi le ali. Ma noi uccelli migratori non possiamo guardare troppo a lungo il cielo, per non rischiare di lasciarci portar via da qualche corrente, di perderci in qualche nuvola. Prima o poi qualcuno troverà quel punto nel suo sguardo e se ne andrà per sempre, qualcun'altro spiccherà il volo prendendo il suo posto e via, via così fino in fondo. Ci sarà sempre uno stormo che migra in cielo, ma chissà se si può restare sempre lassù, a percorrere miglia e miglia d'aria, pioggia e vento, insieme, senza mai fermarsi o trovare qualcosa che assomigli al proprio nido...
Tra mille dubbi, pensieri, tormenti, gioie, dolori e piaceri divento anch'io un puntino nero in mezzo al cielo. Un piccolo puntino indistinto in mezzo a tanti. Una goccia di quel fiume che ogni stagione vela il cielo d'ali e piume. Cercherò di star leggero per non affaticarmi, anche se le mie piume trattengono l'acqua dei temporali per lungo tempo ed è tanto difficile scrollarsela di dosso... eliminare ogni singola goccia. Ma il tempo è dalla mia parte e il sole dorato e luminoso di quest'estate mi aiuterà a far evaporare le ultime stille stantie di questo breve acquazzone primaverile che mi ha gelato le ali...
"Passano
gli uccelli, come
l'amore,
cercando fuoco,
volando via
dall'abbandono
verso la luce e le germinazioni,
uniti nel volo
della vita,
e sulla
linea e le schiume della costa
gli uccelli che cambiano pianeta
colmano
il mare
del loro silenzio d'ali..."¹
¹Da "Ode alla migrazione degli uccelli" di Pablo Neruda
con una forza sfolgorante. Mentre lentamente le persone si ritiravano nelle tende Io ero spaesato dall’intensità della luce chiara che mi raggiungeva filtrando tra i rami. Tante volte sono rimasto incantato di fronte alla Luna, ma quella non era la luna di tante altre notti...
danze di chiaroscuri intricati ma dolcemente armoniosi. La facciata dell’antico monastero in roccia nera e bianca sembrava un monumento irreale, scaturito da fantasie insondabili. In ogni particolare di quello spettacolo era presente con tutta la sua magia la Luna. Sabbia. Un'infinità di sabbia ricopre lentamente
ciò che rimane di questa dolce illusione.
E' stato facile lasciarsi trasposrtare
dall'energia schiumosa delle onde:
Immaginare, sperare, goire col cuore.
E' stato facile specchiarsi sull'acqua
sentendo la meraviglia in ciò che succedeva:
tersa e incomprensibile bellezza.
Ma la sabbia ha ricoperto tutto,
e a me non rimane niente. I gabbiani
volano intorno alla carcassa di
questo ennesimo sussulto
andato in fumo.
Di questo brandello di cenere.
Di tutto l'amore immaginato non
rimangono che ricordi di sogni.
E una insipida amarezza.
Resterà sulla Luna, come il senno dei folli,
quest'ultimo desiderio infranto.
Su questa Luna senza spazio per noi fantasmi,
per tutti noi insignificante moltitudine...
...per me comparsa senza valore.
Come una statua di sale lascio
che il mare mi lavi via e porti la mia
anima verso qualcosa di nuovo.
In compagnia di me stesso
e in balia del mio destino...
Solo, all'ombra di una palma una figura si appresta a piantare una spada nella sabbia. Il grande scudo con la gorgone, l'elmo e i giavellotti giacciono come immobili testimoni non lontano. L'uomo compie infine il suo destino, l'eroe cede la propria carne alla terra per consegnare il proprio nome alla storia. E' questo il dramma di Aiace, grande e potente guerriero acheo, secondo in battaglia solo ad Achille, anch'egli abbracciato dalla morte. Gli dei l'hanno maledetto coi loro sortilegi e nella follia che ne è conseguita ha versato sangue innocente: così Aiace si prepara a pagare. A pagare il conto col fato. E' la morte che suggella il compimento finale dell'eroismo dell'eroe omerico. La grandezza non è mai slacciata dalla tragedia, dal dramma, dalla ineluttabile sconfitta dell'uomo contro il destino. Le armi di Aiace sembra che lo guardino e lo sorveglino. Gli strumenti che l'hanno reso eroe guardano l'uomo indifeso, nudo e fragile che si sacrifica al loro significato. All'idea che essi esprimono.

L'immagine dipinta da Exekias su quest'anfora, nel VI sec. ac. è toccante. E' una delle opere di ceramografia più intense dell'antichità. Gli spazi, la figura, gli elementi. Una concezione minimalista che ottiene il suo effetto grazie all'armonia della composizione e alla grande sensibilità artistica del ceramografo ateniese. Mi vengono i brividi quando immagino la scena così come egli la descrive. Il silenzio, la solitudine interiore ed esteriore. La sensazione di essere stato usato dal fato, di avere vissuto qualcosa di inafferrabile e di sfuggente alla quale si è poi arreso. Immagino l'odore del bronzo e la pelle scura e tesa del guerriero nudo. Lo sguardo lontano, che guarda ma ormai non vede più.
Un messaggio con più di duemilacinquecento anni. Un frammento che ha resistito a tutto ed è giunto fino ai miei occhi, fino alla mia coscienza. Ed è con riverenza che ammiro questo prezioso relitto del tempo, perchè nel suo linguaggio remoto, nella sua voce struggente colgo quel senso di umanità profonda che unisce uno spazio ed un tempo lontani al nostro presente e alla nostra dimensione.
Se dobbiamo adorare qualcosa o prostrarci di fronte a qualche idolo adoriamo la nostra umanità allora e quelle gemme che abbiamo cercato di far sopravvivere all'oblio e alla morte. Perchè sono questi i simboli di ciò che siamo stati, che siamo tutt'ora e che saremo fino alla fine del nostro tempo. Il legame con le nostre origini, l'arca dell'alleanza con la nostra autentica natura.
E non pregherò nessun Dio alieno e perfetto. Perchè sono Uomo, naufrago e imperfetto, fragile come il mio corpo che lentamente diviene polvere. Ed è l'umanità, e ciò che rappresenta e sottende, la cosa più sacra e divina che io possa venerare e desiderare. E in cui possa sperare...
Oggi mi è tornata in mente la regina ragno. Ha tessuto la sua tela attorno alla mia gola per tanto tempo... Ma ormai è praticamente un anno che non sento la sua voce e tutto sommato posso dire di esser riuscito a svincolarmi egregiamente dalla sua ragnatela.
Il silenzio è uno strumento eccellente per costruire l'indifferenza.
Tuttavia mi incuriosisce quello stato di schiavitù interiore alla quale ero ridotto. Non l'amavo più, per carità, e non mi preoccupavo nemmeno di fingere il contrario. Semplicemente ero assuefatto a lei, ero dipendente dalla sua presenza, incoscientemente ogni mio pensiero, progetto, ideale di vita era immancabilmente concepito con la sua partecipazione. Ecco, probabilmente era diventata una costante della mia mente, una forma mentis, anzi a pensarci bene è come se nella mia mente fosse diventata la mia ombra. Assolutamente impensabile farne a meno. Così quando l'ho persa è stata la mente a ribellarsi, a non voler accettare la frantumazione di quella idea fasulla ma comunque radicata che aveva un ruolo centrale nella fabbricazione dei miei pensieri. E uscirne è stata una disintossicazione, lunga, dolorosa e difficile come una vera disintossicazione...
E' incredibile pensare a quanto mi abbia abbruttito quello stato di dipendenza. Mi vengono i brividi a ripensare a quanto mi sia abbassato, a quanto sia stato capace di annullare la mia dignità, il mio orgoglio, la mia ragione pur di tenermi attaccato a qualche brandello cadente del suo vestito. E se penso a quanto il mio cervello si impegnasse per giustificare o per nascondermi verità che erano fin troppo palesi, relazioni a doppio, triplo, quadruplo taglio e castelli di bugie malcelate e non fraintendibili quasi mi vien difficile crederci. Ero proprio un'altra persona.
Mi è tornata in mente mentre scrivevo una favola, che ho prontamente cancellato. In sostanza narrava di una regina ragno che viveva in una tana con mille entrate. In ogni buco aveva una tela diversa con la quale seduceva e catturava le sue prede. Ogni ragnatela era solo per una preda e solo quella vi poteva cadere. In fin dei conti però saltava fuori che non era lei a fregare i malcapitati ma bensì erano questi ultimi a volersi far fregare... come dire che non s'insegue un miraggio nel deserto se non si desidera intensamente farlo. E mentre scrivevo mi son reso conto che la morale era per me. Che il protagonista della favola ero io. Ironia della sorte.
Ma tu guarda. La mia immaginazione mi costringe a riflettere sulle mie debolezze. E' proprio comodo appoggiarsi a qualcuno, così come lo è avere qualcuno che dice di amarti o su cui poter contare o con il quale poter costruire la vita. Quanto può essere comodo stare in compagnia di qualcuno che allontani quella angosciante sensazione di solitudine che ammorba l'anima... Io in realtà avevo delegato la mia vita e le mie scelte a lei. Mi sono tuffato a braccia aperte nella sua ragnatela. E alla fine quando questa si è rotta sono caduto di peso e ho dovuto fare i conti con le scelte non fatte e tutto il resto...
...curioso si. E affascinante. Perchè ho l'impressione che spesso ( e non "sempre" ) siano più le nostre debolezze che la nostra volontà, a farci tendere verso gli altri, a spingerci a creare trame e relazioni e in ultima istanza a cercare di costruire legami stabili.
Il ruolo della debolezza nei rapporti umani: spunto di riflessione da approfondire. Ma per ora preferisco limitarmi alla riscrittura della suddetta favola... o forse mi accontenterò di immaginarla.
Chissà.
"Moriamo, moriamo...
Moriamo ricchi di amanti e di tribù,
di gusti che abbiamo inghiottito,
di corpi che abbiamo penetrato risalendoli come fiumi.
Di paure in cui ci siamo nascosti,
come in questa caverna stregata...
Voglio che tutto ciò resti inciso sul mio corpo.
Siamo noi i veri paesi,
non le frontiere tracciate sulle mappe con i nomi di uomini potenti.
Lo so che tornerai e mi porterai fuori di qui, nel palazzo dei venti.
Non ho mai voluto altro che camminare in un luogo simile,
con te, con gli amici.
Una terra senza mappe...
...la lampada si è spenta,
e sto scrivendo nell'oscurità..."¹
Nostalgia, memoria, sentimenti. Il paziente inglese è stato distrutto dalla critica italiana, tacciato di melodrammaticità lacrimevole e prolissa, di romanticherie da fotoromanzo e scorrettezze storiche. Per mia fortuna però Io tendo ad essere stuzzicato dai film avversati dalla critica anche perchè, francamente, le uniche critiche che m'interessano sono le mie...
La cosa che i nostri critici non han capito, nella loro ottusità intellettual-razionale, è che questo non è un film come tanti in cui si mostra una storia d'amore. Quì si parla di ciò che resta di ciò che viviamo. Si parla della cenere sparsa sul focolare dove fiamme altissime hanno bruciato per qualche istante. Si parla della vita rispetto alla morte. E' la dimensione della memoria, del ricordo, della nostalgia. E' il passato che si analizza con il suo peso esistenziale sul presente. E se è l'amore che viene raccontato, attraverso i flashback che in questo film i critici hanno tanto biasimato ( ma non dimentichiamo che ultimamente il flashback sta diventando l'espediente narrativo principe dei film di un certo livello ), è soprattutto perchè l'amore e la passione sono le esperienze più intense e coinvolgenti che ci possono capitare di sperimentare nella nostra vita.
Questa della nostalgia, del ricordo, del ruolo che ogni istante vissuto e bruciato ha nella vita di ognuno è una tematica che mi tocca profondamente sempre e comunque. Ed è per questo che rivedendo dopo quasi dieci anni questo film mi sono ritrovato a piangere come un bambino. Come può succedere di fronte a qualche raro libro o a qualche emozione intensa. Perchè mi ha ricordato quanto ogni stilla di vita sia preziosa di fronte al momento futuro in cui la rivivrò col ricordo e ne percepirò l'eco lontano con la nostalgia.
Vivere intensamente qualcosa, toccare con forza ciò che mi circonda, amare intensamente senza pensieri, abbandonarsi alla bellezza di un istante senza pensare costantemente a ciò che verrà dopo equivale a scrivere mille poesie e romanzi dei quali leggere i versi nei momenti in cui mi chiederò chi sono. O che ci faccio in mezzo all'aridità nulliforme della realtà che mi circonda.
¹da "Il Paziente Inglese"di Anthony Minghella, tratto dall'omonimo romanzo di Michael Ondaatje.

dentro. Sono entrato nel ruolo di questa sera, i miei passi sono felpati, tra i tronchi esili dei pini scorgo una luce arancio intensa. D’istinto mi dirigo verso di lei. Mentre mi avvicino sento i brividi per la meraviglia che sto assaggiando.
Zaino da parte, cibo da un’altra, gli attrezzi del mestiere sono pronti: senza impegnarmi troppo sono anche riuscito ad essere autosufficiente da questo punto di vista. Ho una gran voglia di cominciare, sono così impaziente che i pensieri altalenanti di questi giorni spariscono completamente.Fuori c'è un sole cocente. Sento l'aria di mare e nonostante stanotte non abbia dormito niente mi sento al centro di un tumulto d'energia.
La realtà è che ho fatto un po di chiarezza dentro di me e adesso so cosa voglio. E ho voglia di raggiungerlo... in qualche modo.
Corpo e spirito sono due facce della stessa medaglia. Star bene significa assecondarle entrambe.
:-)