28/05/2007

Così, con passi felpati vado via...  In verità sarei potuto volar via da quì tanto tempo fa. E col tempo le condizioni non solo non son cambiate ma erano sicuramente migliori prima. Eppure il momento è questo. Forse è scritto dentro di me da qualche parte. Forse è scritto che col cielo di Giugno, col vento caldo dell'estate, avrei cominciato la mia lunga migrazione. Una migrazione senza meta, per ora... o forse per sempre, perchè le mete sono punti fissi che esistono solo negli occhi che le scorgono. Scelta deliberata o apparente scoperta, quale che sia la vera natura di una meta, i miei occhi ora non vedono nient'altro che un orizzonte sconfinato e si lasciano tentare dall'idea di sfuggire, di scappare via... la vertigine dopo il decollo...

Con il mio piccolo stormo volo via. Librandomi in un cielo che a volte preannuncia tempesta e a volte è così limpido e caldo che potrebbe sciogliermi le ali. Ma noi uccelli migratori non possiamo guardare troppo a lungo il cielo, per non rischiare di lasciarci portar via da qualche corrente, di perderci in qualche nuvola. Prima o poi qualcuno troverà quel punto nel suo sguardo e se ne andrà per sempre, qualcun'altro spiccherà il volo prendendo il suo posto e via, via così fino in fondo. Ci sarà sempre uno stormo che migra in cielo, ma chissà se si può restare sempre lassù, a percorrere miglia e miglia d'aria, pioggia e vento, insieme, senza mai fermarsi o trovare qualcosa che assomigli al proprio nido...

Tra mille dubbi, pensieri, tormenti, gioie, dolori e piaceri divento anch'io un puntino nero in mezzo al cielo. Un piccolo puntino indistinto in mezzo a tanti. Una goccia di quel fiume che ogni stagione vela il cielo d'ali e piume. Cercherò di star leggero per non affaticarmi, anche se le mie piume trattengono l'acqua dei temporali per lungo tempo ed è tanto difficile scrollarsela di dosso... eliminare ogni singola goccia. Ma il tempo è dalla mia parte e il sole dorato e luminoso di quest'estate mi aiuterà a far evaporare le ultime stille stantie di questo breve acquazzone primaverile che mi ha gelato le ali...

"Passano
gli uccelli, come
l'amore,
cercando fuoco,
volando via
dall'abbandono
verso la luce e le germinazioni,
uniti nel volo
della vita,
e sulla
linea e le schiume della costa
gli uccelli che cambiano pianeta
colmano
il mare
del loro silenzio d'ali..."¹

¹Da "Ode alla migrazione degli uccelli" di Pablo Neruda



Oblivious
 
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24/05/2007

Mi ricordo una notte, tanti anni fa, in cui rimasi accampato nel boschetto intorno al monastero di S.Pietro di Sorres, un eremo benedettino che sorge vicino a Borutta ( SS ). Ricordo che la Luna splendeva nel cielo Il Monastero di San Pietro di Sorres, Borutta ( SS )con una forza sfolgorante. Mentre lentamente le persone si ritiravano nelle tende Io ero spaesato dall’intensità della luce chiara che mi raggiungeva filtrando tra i rami. Tante volte sono rimasto incantato di fronte alla Luna, ma quella non era la luna di tante altre notti...
 
Rimasi sul dorso di una roccia a contemplare la valle di Borutta, dall’alto, dipinta in un chiaroscuro che dava una profondità di ombre e forme uniche al paesaggio notturno. Fu quasi senza accorgermene che incominciai a parlare alla Luna. C’era un qualcosa di mistico in quella semplice azione perché la mia sembrava quasi una preghiera e la Luna era come una dea che in silenzio stava ad ascoltare un suo giovane devoto. Lentamente le parole presero vigore, la voce in origine calma e sommessa crebbe con veemenza accompagnata da un irresistibile trasporto fisico. Mi alzai dal mio sasso e incominciai a camminare tra gli alberi che al tempo ricordo molto bassi. Parlavo e parlavo ma in realtà recitavo versi e poesie in preda ad un impeto sconosciuto. In balia di una frenesia che vibrava sulla pelle con scosse di energia costanti.
 
D’improvviso uscii fuori nel piazzale e senza accorgermene ammutolii come un sasso... il chiarore lunare tratteggiava i contorni degli arbusti e si insinuava tra le rocce e le chiome degli alberi tracciando ombre e "La facciata dell’antico monastero in roccia nera e bianca"danze di chiaroscuri intricati ma dolcemente armoniosi. La facciata dell’antico monastero in roccia nera e bianca sembrava un monumento irreale, scaturito da fantasie insondabili. In ogni particolare di quello spettacolo era presente con tutta la sua magia la Luna. 
 
In prossimità di quel tempio cristiano Io ero come un infedele che contempla la sua divinità proibita prostrandosi e venerandola con tutta l’energia che ha in corpo.
 
Poteva esistere uno spettacolo così bello come quello che mi si parava di fronte agli occhi? Non c’è una ragione razionale per quella sensazione che mi pervase l’anima in quel momento: qualche alchimia incomprensibile aveva distillato dentro di me una percezione così assoluta di quel bianco argenteo che si infilava in ogni fenditura che mi sentii crollare. Senza rendermene conto incominciai a piangere, a piangere senza contegno. A piangere apertamente. La Luna era talmente bella che io sentivo di non riuscire a trattenere tutta quella bellezza dentro di me. In qualche modo mi inondava e straripava oltre i miei sensi, travolgendo e scombinando ogni equilibrio emotivo che avevo dentro.
 
Ero completamente e ingenuamente in balia di una bellezza ineffabile. Solo, nella notte lunare di un luogo maestoso e sconosciuto.
 
In quel momento non potevo saperlo ma stavo sperimentando una delle più intense sensazioni della mia vita...


Oblivious
 
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22/05/2007

Sabbia. Un'infinità di sabbia ricopre lentamente
ciò che rimane di questa dolce illusione.

E' stato facile lasciarsi trasposrtare
dall'energia schiumosa delle onde:
Immaginare, sperare, goire col cuore. 

E' stato facile specchiarsi sull'acqua
sentendo la meraviglia in ciò che succedeva:
tersa e incomprensibile bellezza.

Ma la sabbia ha ricoperto tutto,
e a me non rimane niente. I gabbiani
volano intorno alla carcassa di
questo ennesimo sussulto
andato in fumo.

Di questo brandello di cenere.

Di tutto l'amore immaginato non
rimangono che ricordi di sogni.
E una insipida amarezza.

Resterà sulla Luna, come il senno dei folli,
quest'ultimo desiderio infranto.
Su questa Luna senza spazio per noi fantasmi,
per tutti noi insignificante moltitudine...

...per me comparsa senza valore.

Come una statua di sale lascio
che il mare mi lavi via e porti la mia
anima verso qualcosa di nuovo.

In compagnia di me stesso
e in balia del mio destino...



Oblivious
 
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20/05/2007

"L´uomo moderno vive in uno stato di bassa vitalità. Benché in genere non soffra profondamente, conosce ben poco della vera vita creativa. In compenso è divenuto un automa pieno di angosce. Il mondo gli offre vastissime opportunità di accrescimento e godimento, ma lui girovaga senza meta, senza sapere cosa desidera realmente e quindi completamente incapace di immaginare come ottenerlo"...
"Fa finta di essere impegnato, ma la sua espressione facciale indica la mancanza di qualunque interesse reale. Di solito è impassibile, annoiato, distaccato o irritato. Sembra aver perso ogni spontaneità, ogni capacità di sentire e di esprimersi direttamente e in modo creativo. È bravissimo a parlare dei suoi guai e del tutto incapace a tener loro testa. Ha ridotto la vita stessa a una serie di esercizi verbali e intellettuali; si annega in un mare di parole. Al processo del vivere ha sostituito le spiegazioni psichiatriche e pseudopsichiatriche della vita. Passa un tempo infinito a cercare di riafferrare il passato o di plasmare il futuro"...
"Talvolta non è neppure consapevole delle sue azioni del momento".
 
Frederik Perls¹
 
Una lenta ma progressiva implosione dentro la nostra mente. Stiamo trasferendoci inconsciamente su un altro pianeta? Su un'altra dimensione? Su un nirvana senza corpo e senza tempo?
 
Oggi ho sperimentato una sensazione di intensa follia. Camminavo e sentivo il cuore che pompava a vuoto con una pesantezza che mi opprimeva il respiro. Impossibilità a parlare, movimenti ritmici e automatici. Un turbinare di voci oscure e roboanti che mi annebbiavano i pensieri... pensieri.
Pensieri ovunque, pensieri sempre. Mi sentivo ubriaco, mi girava quasi la testa. Gli utlimi passi li ho percorsi vacuo verso una piazza dimenticata. Mi sono seduto su un muretto di cemento e sono rimasto in silenzio a inghiottire fiele. Completamente disarmato, imbottigliato nella morsa del nulla. Una sensazione di totale incapacità. E di lassezza muscolare e vitale. Potevo essere morto. E forse lo ero.
 
Tutto questo perchè la mia esistenza è immersa in un liquido amniotico di pensieri, perchè non riuscendo a concretizzare la spontaneità che desidero incorro in continui collassi emotivi che con l'andare del tempo mi logorano.
 
Ma non dimentico che devo lottare, lottare contro la mia metà oscura che assomiglia sempre di più all'ombra del nulla. 
 
Voglio leggerezza, voglio amore, voglio guardare negli occhi le cose, voglio lasciarmi trasportare serenamente dalle onde della vita senza perdermi dentro me stesso...
 
E anche se a costo di immensa fatica e dolore è esattamente ciò che otterrò. 
  
 
¹ Fondatore della terapia della gestalt. Da http://www.psicolab.net


Oblivious
 
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18/05/2007

Solo, all'ombra di una palma una figura si appresta a piantare una spada nella sabbia. Il grande scudo con la gorgone, l'elmo e i giavellotti  giacciono come immobili testimoni non lontano. L'uomo compie infine il suo destino, l'eroe cede la propria carne alla terra per consegnare il proprio nome alla storia. E' questo il dramma di Aiace, grande e potente guerriero acheo, secondo in battaglia solo ad Achille, anch'egli abbracciato dalla morte. Gli dei l'hanno maledetto coi loro sortilegi e nella follia che ne è conseguita ha versato sangue innocente: così Aiace si prepara a pagare. A pagare il conto col fato. E' la morte che suggella il compimento finale dell'eroismo dell'eroe omerico. La grandezza non è mai slacciata dalla tragedia, dal dramma, dalla ineluttabile sconfitta dell'uomo contro il destino. Le armi di Aiace sembra che lo guardino e lo sorveglino. Gli strumenti che l'hanno reso eroe guardano l'uomo indifeso, nudo e fragile che si sacrifica al loro significato. All'idea che essi esprimono.

 Il suicidio di Aiace, dipinto da Exekias nel Vi sec. a.c.

 

L'immagine dipinta da Exekias su quest'anfora, nel VI sec. ac. è toccante. E' una delle opere di ceramografia più intense dell'antichità. Gli spazi, la figura, gli elementi. Una concezione minimalista che ottiene il suo effetto grazie all'armonia della composizione e alla grande sensibilità artistica del ceramografo ateniese. Mi vengono i brividi quando immagino la scena così come egli la descrive. Il silenzio, la solitudine interiore ed esteriore. La sensazione di essere stato usato dal fato, di avere vissuto qualcosa di inafferrabile e di sfuggente alla quale si è poi arreso. Immagino l'odore del bronzo e la pelle scura e tesa del guerriero nudo. Lo sguardo lontano, che guarda ma ormai non vede più.

Un messaggio con più di duemilacinquecento anni. Un frammento che ha resistito a tutto ed è giunto fino ai miei occhi, fino alla mia coscienza. Ed è con riverenza che ammiro questo prezioso relitto del tempo, perchè nel suo linguaggio remoto, nella sua voce struggente colgo quel senso di umanità profonda che unisce uno spazio ed un tempo lontani al nostro presente e alla nostra dimensione.

Se dobbiamo adorare qualcosa o prostrarci di fronte a qualche idolo adoriamo la nostra umanità allora e quelle gemme che abbiamo cercato di far sopravvivere all'oblio e alla morte. Perchè sono questi i simboli di ciò che siamo stati, che siamo tutt'ora e che saremo fino alla fine del nostro tempo. Il legame con le nostre origini, l'arca dell'alleanza con la nostra autentica natura.

E non pregherò nessun Dio alieno e perfetto. Perchè sono Uomo, naufrago e imperfetto, fragile come il mio corpo che lentamente diviene polvere. Ed è l'umanità, e ciò che rappresenta e sottende, la cosa più sacra e divina che io possa venerare e desiderare. E in cui possa sperare...



Oblivious
 
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16/05/2007

Oggi mi è tornata in mente la regina ragno. Ha tessuto la sua tela attorno alla mia gola per tanto tempo... Ma ormai è praticamente un anno che non sento la sua voce e tutto sommato posso dire di esser riuscito a svincolarmi egregiamente dalla sua ragnatela.

Il silenzio è uno strumento eccellente per costruire l'indifferenza.

"Shelob" di Alan LeeTuttavia mi incuriosisce quello stato di schiavitù interiore alla quale ero ridotto. Non l'amavo più, per carità, e non mi preoccupavo nemmeno di fingere il contrario. Semplicemente ero assuefatto a lei, ero dipendente dalla sua presenza, incoscientemente ogni mio pensiero, progetto, ideale di vita era immancabilmente concepito con la sua partecipazione. Ecco, probabilmente era diventata una costante della mia mente, una forma mentis, anzi a pensarci bene è come se nella mia mente fosse diventata la mia ombra. Assolutamente impensabile farne a meno. Così quando l'ho persa è stata la mente a ribellarsi, a non voler accettare la frantumazione di quella idea fasulla ma comunque radicata che aveva un ruolo centrale nella fabbricazione dei miei pensieri. E uscirne è stata una disintossicazione, lunga, dolorosa e difficile come una vera disintossicazione...

E' incredibile pensare a quanto mi abbia abbruttito quello stato di dipendenza. Mi vengono i brividi a ripensare a quanto mi sia abbassato, a quanto sia stato capace di annullare la mia dignità, il mio orgoglio, la mia ragione pur di tenermi attaccato a qualche brandello cadente del suo vestito. E se penso a quanto il mio cervello si impegnasse per giustificare o per nascondermi verità che erano fin troppo palesi, relazioni a doppio, triplo, quadruplo taglio e castelli di bugie malcelate e non fraintendibili quasi mi vien difficile crederci. Ero proprio un'altra persona.

Mi è tornata in mente mentre scrivevo una favola, che ho prontamente cancellato. In sostanza narrava di una regina ragno che viveva in una tana con mille entrate. In ogni buco aveva una tela diversa con la quale seduceva e catturava le sue prede. Ogni ragnatela era solo per una preda e solo quella vi poteva cadere. In fin dei conti però saltava fuori che non era lei a fregare i malcapitati ma bensì erano questi ultimi a volersi far fregare... come dire che non s'insegue un miraggio nel deserto se non si desidera intensamente farlo. E mentre scrivevo mi son reso conto che la morale era per me. Che il protagonista della favola ero io. Ironia della sorte.

"In ogni buco aveva una tela diversa"Ma tu guarda. La mia immaginazione mi costringe a riflettere sulle mie debolezze. E' proprio comodo appoggiarsi a qualcuno, così come lo è avere qualcuno che dice di amarti o su cui poter contare o con il quale poter costruire la vita. Quanto può essere comodo stare in compagnia di qualcuno che allontani quella angosciante sensazione di solitudine che ammorba l'anima... Io in realtà avevo delegato la mia vita e le mie scelte a lei. Mi sono tuffato a braccia aperte nella sua ragnatela. E alla fine quando questa si è rotta sono caduto di peso e ho dovuto fare i conti con le scelte non fatte e tutto il resto...

...curioso si. E affascinante. Perchè ho l'impressione che spesso ( e non "sempre" ) siano più le nostre debolezze che la nostra volontà, a farci tendere verso gli altri, a spingerci a creare trame e relazioni e in ultima istanza a cercare di costruire legami stabili.

Il ruolo della debolezza nei rapporti umani: spunto di riflessione da approfondire. Ma per ora preferisco limitarmi alla riscrittura della suddetta favola... o forse mi accontenterò di immaginarla.

Chissà.



Oblivious
 
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13/05/2007

"Moriamo, moriamo...
Moriamo ricchi di amanti e di tribù,
di gusti che abbiamo inghiottito,
di corpi che abbiamo penetrato risalendoli come fiumi.
Di paure in cui ci siamo nascosti,
come in questa caverna stregata...

Voglio che tutto ciò resti inciso sul mio corpo.
Siamo noi i veri paesi,
non le frontiere tracciate sulle mappe con i nomi di uomini potenti.

Lo so che tornerai e mi porterai fuori di qui, nel palazzo dei venti.
Non ho mai voluto altro che camminare in un luogo simile,
con te, con gli amici.
Una terra senza mappe...

...la lampada si è spenta,
e sto scrivendo nell'oscurità..."¹

Nostalgia, memoria, sentimenti. Il paziente inglese è stato distrutto dalla critica italiana, tacciato di melodrammaticità lacrimevole e prolissa, di romanticherie da fotoromanzo e scorrettezze storiche. Per mia fortuna però Io tendo ad essere stuzzicato dai film avversati dalla critica anche perchè, francamente, le uniche critiche che m'interessano sono le mie...

"...nel palazzo dei venti..."La cosa che i nostri critici non han capito, nella loro ottusità intellettual-razionale, è che questo non è un film come tanti in cui si mostra una storia d'amore. Quì si parla di ciò che resta di ciò che viviamo. Si parla della cenere sparsa sul focolare dove fiamme altissime hanno bruciato per qualche istante. Si parla della vita rispetto alla morte. E' la dimensione della memoria, del ricordo, della nostalgia. E' il passato che si analizza con il suo peso esistenziale sul presente. E se è l'amore che viene raccontato, attraverso i flashback che in questo film i critici hanno tanto biasimato ( ma non dimentichiamo che ultimamente il flashback sta diventando l'espediente narrativo principe dei film di un certo livello ), è soprattutto perchè l'amore e la passione sono le esperienze più intense e coinvolgenti che ci possono capitare di sperimentare nella nostra vita.

"come in questa caverna stregata..."...Questa della nostalgia, del ricordo, del ruolo che ogni istante vissuto e bruciato ha nella vita di ognuno è una tematica che mi tocca profondamente sempre e comunque. Ed è per questo che rivedendo dopo quasi dieci anni questo film mi sono ritrovato a piangere come un bambino. Come può succedere di fronte a qualche raro libro o a qualche emozione intensa. Perchè mi ha ricordato quanto ogni stilla di vita sia preziosa di fronte al momento futuro in cui la rivivrò col ricordo e ne percepirò l'eco lontano con la nostalgia.

Vivere intensamente qualcosa, toccare con forza ciò che mi circonda, amare intensamente senza pensieri, abbandonarsi alla bellezza di un istante senza pensare costantemente a ciò che verrà dopo equivale a scrivere mille poesie e romanzi dei quali leggere i versi nei momenti in cui mi chiederò chi sono. O che ci faccio in mezzo all'aridità nulliforme della realtà che mi circonda.

¹da "Il Paziente Inglese"di Anthony Minghella, tratto dall'omonimo romanzo di Michael Ondaatje.



Oblivious
 
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10/05/2007

Così straripante,
e smisurato
 
un delicato senso
di fragilità che
mi fa tremare le dita...
 
Resto sgomento di fronte
all'impeto che m’inonda
e non riesco ad afferrare.
 
Eppure è gioia quella marea
di calore che mi trapassa
pungente il petto.
 
E tanto deborda che indugio
smarrito in questo
piacevole e dorato silenzio,
 
in balia di quel sortilegio
che amore o bellezza
o trasporto non saprei nominare.
 
Vorrei librarmi inerme sull'esile
rete di cagionevoli affetti
che sto calpestando...
 
...ma a denti stretti spero, blasfemo, che
il sogno a cui mi sto abbandonando
non muoia prima d’esser vissuto…
 
Postilla 12 - 05 - 2007
 
Il destino mi sta trascinando con forza verso qualcosa che vista da quì assomiglia molto ai miei desideri... ma ho paura che l'epilogo di questo travagliato percorso sarà comunque doloroso. Per un motivo o per l'altro finisco sempre col lasciarmi dietro qualche goccia di sangue... e cicatrici insanabili sul tessuto della mia esistenza...
 
A capo chino aspetto che il tempo emetta i suoi verdetti...


Oblivious
 
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08/05/2007

Domenica.
Il cielo è velato, qualche goccia d’acqua s’intravede tra la nebbia. La linea degli alberi sfuma nel grigiore che mi circonda. Sono seduto su una roccia proprio sotto la chioma di un’enorme quercia. Poco lontano da me fa capolino un furetto, corre a scatti e si rifugia in un buco nel terreno non molto lontano. Ogni tanto scorgo i suoi piccoli occhi che mi spiano. Il tempo scorre.
 
Sto aspettando che gli altri arrivino. Si odono oltre le rocce, oltre la nebbia. Ma non arrivano."loro sono uno e io sono al di fuori. E lontano."
Ho dormito malissimo in tenda, vuoi per il freddo, vuoi per le miriadi di pensieri che mi sono balenati in testa e adesso sono torturato dal freddo e dalla stanchezza. Oltre tutto mi pesa la fatica di essere in questa situazione, di dover stare qui ad aspettare qualcuno. Ad aspettare che qualcosa di poco chiaro succeda.
 
Sotto i rami del vecchio albero incominciano a fluire i miei pensieri e la mia immaginazione.
Immagino me stesso solo in mezzo alla nebbia, fitta, eterna. Immagino di essere in procinto di perdere tutto. Ma proprio tutto. Immagino di sentire la mia voce che rimbomba nelle rocce lontano. Parlo da solo. Immagino il dolore che ineluttabilmente proverò tra non molto. Immagino la solitudine infine: la sensazione di restare in mezzo ad una moltitudine incapace di capire ciò che dico, di vedere ciò che faccio, di comprendere ciò che sono…
 
Il mio flusso di coscienza si materializza nella nebbia che diviene come un cappio che mi soffoca. Che mi uccide lentamente. La paranoia diviene tangibile. Scendo di scatto dalla roccia, mi allontano dal vecchio tronco biforcuto. Le foglie mi salutano con un fremito. Incomincio a cercare uno sprazzo d’aria, di energia pulita, di luce interiore, ma le nuvole continuano a scorrere basse sul terreno e il gelo pungente raffredda ogni scarica d’energia. Mentre mi agito tra gli arbusti e i fiori bagnati di rugiada, scorgo in lontananza la figura vestita di rosso di una donna molto bella. I capelli ricci dorati, gli occhi chiari e intensi, lo sguardo dolcissimo e naif.
 
Capisco tutto: stanno arrivando. La dame en rouge si avvicina, seguita da piccoli sconosciuti, inghiotto il rospo e mi preparo a fingere. A fingere di non essere in preda al nulla, a fingere di non essere Io. Quando sono a tiro mi avvicino, con passo lento e braccia incrociate. Sorrido e penso quanto vorrei essere lontano da qui. Una lunga giornata mi sta davanti. Una dura prova…
 
Sabato.
Il sole sta calando, sto camminando sopra gli aghi di pino. L’aria è profumata, i colori sono bellissimi: i fiori viola e gialli e bianchi, il giallo opaco del polline dei pini, le svariate tonalità di verde di cespugli, alberi ed erba. Mentre cammino assaporo questo frammento di bellezza. L’eco dei miei passi, le voci in lontananza, l’energia positiva che mi pulsa "Sotto i rami del vecchio albero incominciano a fluire i miei pensieri e la mia immaginazione."dentro. Sono entrato nel ruolo di questa sera, i miei passi sono felpati, tra i tronchi esili dei pini scorgo una luce arancio intensa. D’istinto mi dirigo verso di lei. Mentre mi avvicino sento i brividi per la meraviglia che sto assaggiando.
 
Gli alberi finiscono, lo spazio aperto di fronte a me è la cavea di un teatro in cui il sole recita la propria bellezza. Lentamente si spegne sopra le nubi, inondando di rosso e arancio il cielo e i riflessi che crea sulla terra. Apro le braccia e resto immobile. Tutti i colori del cielo si poggiano sulle mani, sulla testa, su tutto il corpo. Per osmosi mi entrano dentro e si lasciano trasportare dal flusso sanguigno in profondità nella carne, negli organi, tra le ossa.
 
Benessere puro, incantevole, mistico. Quando apro gli occhi tutto è più chiaro, afferrabile, comprensibile. Guardo la strada che devo percorrere. E’ in salita ma sono contento di camminare e di faticare. Perché sto bene.
 
Loro.
Qualche parola, qualche discorso accennato ma gli sguardi sono sconnessi, l’energia è rotta: loro sono uno e io sono al di fuori. E lontano. E’ così palese che ormai sembra acquisito, naturale, ovvio. Le loro parole sono sussurri impercettibili. A pochi passi sono su altri pianeti. Ogni volta mi dico che non è così ma ogni volta è sempre più evidente. Ed in qualche modo marcato, inconsciamente enfatizzato.
 
Mi alzo e vado via per pochi istanti. Il buio è calato da molto, le tende sono piccoli fari colorati tra le tenebre. Camminarci in mezzo è un’esperienza surreale, un dipinto che ha qualcosa di fatato e allo stesso tempo di grottesco, di totalmente impenetrabile. Penso a Goya.
 
Quando torno l’elisione è compiuta. La tenda è chiusa, sento le loro voci dietro il telo sottile, osservo la luce fioca che filtra attraverso. La distanza è ormai incolmabile. Mestamente mi siedo un istante ad ascoltare. Ascoltare quelle voci remote. La fine è cominciata da tempo senza che me ne accorgessi. Abbozzo un sorriso, mi sfilo le scarpe e mi chiudo nella mia tenda.
 
Con un lungo e intenso sospiro mi abbandono al buio. E al freddo che mi congela le ossa… e l’anima.
 
Ouverture.
Il temporale del pomeriggio sta passando, il sole fa presagire bel tempo. Ho finito da poco i miei esercizi quotidiani e sento i muscoli in tensione. Sotto la doccia lascio scorrere l’acqua tiepida: ho energia da vendere, stasera voglio recitare la mia parte, voglio agire,  voglio muovermi, parlare, interagire. Soprattutto recitare. Anche se non ho ancora pensato alle sfumature, alle regole, alle trame confido che tutto venga fuori d’impeto, di getto. Improvvisazione e sentimento. Un po’ di ciò che sogno e un po’ di ciò che nascondo. Si, sarà tutto come desidero perché farò esattamente ciò che desidero.
 
Mi asciugo con calma, mi vesto e controllo che tutto sia al suo posto. Per una volta sono metodico e mi riesce pure bene."Mentre mi avvicino sento i brividi per la meraviglia che sto assaggiando." Zaino da parte, cibo da un’altra, gli attrezzi del mestiere sono pronti: senza impegnarmi troppo sono anche riuscito ad essere autosufficiente da questo punto di vista. Ho una gran voglia di cominciare, sono così impaziente che i pensieri altalenanti di questi giorni spariscono completamente.
La coscienza assoluta che tutto andrà bene anzi benissimo mi tiene su anche quando arrivano le telefonate dei ritardi. E l’energia che perdo aspettando che arrivino è una gocciolina minuscola in un oceano straripante.
 
Quando sento il campanello si accende il mio sorriso e tutto quanto si mette in moto. Voglio solo star bene... per un giorno voglio solo star bene…
 
Silenzio.
La mia camera tace. Il buio è totale. Cosa resta dei sogni e le aspettative di un giorno fa? Di tutta quella voglia di benessere?
 
Penso ai momenti di piacere e a quelli di tormento. Alle delusioni, alle sorprese, alla bellezza del luogo. Alla insostenibile freddezza tra me e lei e alla piacevole compagnia di altri. E’ stata un’altalena di emozioni, sentimenti e sensazioni. Di euforia e di malessere, di divertimento e di tedio. Di pensieri e pensieri e pensieri. Ma c'è stato anche molto di fisico, di azione, di tangibile se è vero che i muscoli languono tra le coperte.
 
Un’altalena che ha coinvolto tutto. Piena, succosa di esperienza e pensieri da trascrivere. Molto più di quanto la mia disposizione malinconica mi faccia vedere. Se fossi capace di vivere dal di fuori, di vivere con distacco, vivrei immerso in un benessere costante, unico e duraturo. Saper assaporare ogni azione, ogni dolore, ogni pensiero, ogni tormento. Senza lasciarsi trasportare dai filtri mentali che colorano di bianco o di nero ogni cosa...
 
...ma mentre mi addormento sono invece proprio quei filtri a dominare il mio animo. E il mio ultimo pensiero vola a quella voglia di stabilità e di continuità che ho bisogno di realizzare. Stabilità emotiva e continuità di benessere. Voglia di provar qualcosa che non passi, non si capovolga, non sia il verso lunatico di un’altalena perché ”ogni piacere vuole eternità - vuole profonda, profonda eternità”¹…
 
 
¹Nietzche, Cosìparlò Zarathustra


Oblivious
 
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04/05/2007

Fuori c'è un sole cocente. Sento l'aria di mare e nonostante stanotte non abbia dormito niente mi sento al centro di un tumulto d'energia.

La realtà è che ho fatto un po di chiarezza dentro di me e adesso so cosa voglio. E ho voglia di raggiungerlo... in qualche modo.

Corpo e spirito sono due facce della stessa medaglia. Star bene significa assecondarle entrambe.

:-)



Oblivious
 
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Cronologia

Current Inputs

» Rosetta
Un film che mi ha scosso. Crudo, brusco, assolutamente spietato. Un capolavoro dei fratelli Dardenne che ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 1999. La storia è incentrata sulla sopravvivenza, sulla miseria, fisica e interiore vissuta dalla protagonista in una esasperata lotta con la propria immagine sociale e la propria coscienza. L’atmosfera nervosa, le riprese in movimento e l’assenza di una colonna sonora ( il film è girato in odore di dogma 95 ) contribuiscono a dare forma ad un film che ha il duro sapore di una realtà che rifiutiamo di conoscere…
» 1001 Nights
Let's then dream… Da un progetto di Yoshitaka Amano e David Newman una piccola meraviglia su pellicola: è il sogno della principessa Budou, trasposto in immagini dal maestro giapponese con la musica della filarmonica di Los Angeles come sottofondo. Il risultato è un cortometraggio in cui colori e forme vorticano sullo schermo, inseguiti dalle note dell'orchestra californiana. Un gioiello che è più un dipinto in movimento che un semplice anime. Non posso che consigliare la visione di 1001 nights, ricordando che non bisogna ricercarne inutilmente un senso ma semplicemente lasciarsi trasportare dalle sensazioni audiovisive in quella che è il racconto di un sogno…
» Amores Perros
Amore e cani, un gioco di parole in spagnolo che getta un'ombra di disillusione su tutto il film… tre storie che si snodano nella metropoli messicana tra speranza e delusione, in cui è l’amore il vero regista, quell’amore che si scontra pesantemente con una realtà che lascia poco spazio alle illusioni. Un lavoro decisamente interessante, questo di Alejandro González Iñárritu, con spunti profondi e un montaggio molto ben riuscito. Girato nel 2000.

» Seppellite il Mio Cuore a Wounded Knee
La storia degli indiani d'america in terra statunitense durante la seconda metà dell'800, l'epoca west sulla quale sono stati girati kilometri di pellicola dagli anni 50 in poi, ma stavolta dal punto di vista di chi la spinta verso il west l'ha subita e cioè gli indiani stessi. Scritto nel 1970 dallo storico americano Dee Brown fu il primo colpo di scure all'immagine che di quell'epoca il cinema aveva trasmesso e quindi un primo e onesto sguardo alla realtà storica della sistematica oppressione di tutti i popoli indiani da parte del congresso degli USA.
» Senza Perdere la Tenerezza
Il ritratto di un uomo che è diventitato un icona senza perdere la propria semplicità e i propri ideali. La biografia del Che che Taibo Paco Ignacio II ha scritto riuscendo a mantenere intatto l'uomo reale che descriveva rispetto alla mitologia soverchiante che l'amore di intere generazioni ha creato sulla sua persona.
» Discesa all'Inferno
Di Doris Lessing. La lotta tra la realtà interiore e il conformismo obliterante che cerca di farci perdere la nostra dimensione personale in favore di una freddezza razionale che viene identificata come "normalità".

» Tool - 10000 Days
Dopo 5 anni di silenzio i Tool pubblicano un cd che, in quanto a melodie e tematiche, calca gli stessi passi di Lateralus. I ritmi e le note sono buoni, ma l'energia è nettamente inferiore al loro successo del 2001. Rimane comunque un ottimo cd musicale, decisamente sopra la media di quello che si trova in circolazione, ma di sicuro non abbastanza per chi era stato abituato ad una crescita costante nella qualità delle produzioni della band californiana.
» Massive Attack - Collected
Un greatest hits con i successi più importanti della band di Bristol. Interessante il secondo cd/dvd con diverse unreleased, remix e con tutti i bellissimi video prodotti. Un piacevole interloop in attesa dell'uscita di Weather Underground atteso per il 2007.
» Thom Yorke - The Eraser
Un buon cd, il primo da solista per il frontman dei Radiohead, ricco di spunti interessanti e buone melodie. Tuttavia, nel complesso, non al livello dei lavori dei Radiohead...
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