Anche adesso, mentre scrivo, loro continuano.
Non sanno chi sono, ma continuano a parlarmi.
Non conosco rifugio che loro non conoscano.
Il loro volere è ovunque.
E la mia mente vibra sulla frequenza della loro voce.
Loro sanno. Sono dentro la mia testa.
Dentro i miei pensieri. Mi parlano da dentro.
Nel caos della mia mente non posso non sentire.
E assimilare, e inconsciamente ripetere.
Mittente e destinatario, sono uno schermo inconsapevole.
Provo col vuoto, il silenzio, il ritmo statico del nulla.
Ma quanto può durare?
La loro libertà ha infettato i miei neuroni.
Le barricate disposte sugli assoni crollano sempre. Sempre.
Sono prigioniero dei miei stessi pensieri.
Non so più cosa voglio. Perso tra volotà indifferenziate,
non riesco nemmeno a decidere i miei desideri.
Scelgono loro per me. Ambizioni, concupiscenze e bramosie materiali.
Posso avversare ma non ignorare le loro scelte.
E in negativo il vincolo non allenta la sua stretta.
Compra, consuma, vendi, videochiama, spendi, lavora.
Fai sesso, tanto sesso, scopa e lavora. Usa il loro servizio inutile,
indossa le loro scarpe, vota il loro partito, mangia il loro panino.
Non importa se non hai fame, loro ti aiuteranno a stimolarla.
In questo gioco per adulti, questo ingranaggio a vuoto,
io sono uno scarto di produzione, un errore nell’algoritmo.
Un elemento random che loro vogliono normalizzare.
O schiacciare, o eliminare. Tramite me.
Ma in ogni caso, negli scontri a fuoco con la mia identità,
la vittima è sempre la stessa.
Me stesso.
Oblivious
 
16:59|
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Una figura avvolta in pochi stracci stava seduta sull’angolo del rudere. L’acqua colava dalle pareti e dal soffitto crepato mentre un piccolo rigagnolo penetrava da una finestra che era più che altro un’incrostazione di vetri rotti. L’uomo aveva ricavato un sedile da un mattone raccattato da qualche muro sfondato e, mentre si stringeva nei suoi panni sporchi e umidi, fumava avidamente una sigaretta. Le mani nodose tremavano, forse per il freddo, mentre portavano alle labbra il piccolo involucro di carta grigiastra.
Ad un centinaio di metri da lui, il sergente Gom e i suoi uomini setacciavano ciò che rimaneva del cementificio con encomiabile impegno. L’area era stata circondata con mezzi e uomini, lo spazio sovrastante era sorvegliato con i potenti fari di due elicotteri. Il rumore dei passi e delle voci elettriche delle radio d’ordinanza si mescolava al baccano enorme che veniva da fuori: motori, eliche, pioggia, un andirivieni senza sosta.
Mentre il percolare si faceva più intenso l’uomo afferrò una bottiglia che teneva nascosta nell’ammasso di stoffa fetida che lo ricopriva. Un sorso profondo, lungo, cadenzato dalla gola che si espandeva ritmicamente per far passare il calore nell’esofago. Così, infine, trovò la forza per drizzare le gambe e cercare di muoversi verso la porta socchiusa. Passo lento, aiutato dalle mani che scorrevano sulla parete resa gelatinosa da acqua e muffa.
Gran parte dell’area era stata perquisita in poco meno di mezz’ora. Rimaneva solamente il vecchio rudere che un tempo era stato la casa del custode. Gli uomini del reparto scelto guizzavano tra gli angoli delle strutture cadenti con velocità e decisione. Intorno all'abitazione piccoli gruppi vestiti di nero lasciavano scie di gocce d’acqua correndo sul fango, le pozzanghere e i pavimenti sconnessi in cemento. Mentre le luci dall’alto illuminavano le pareti dimesse della vecchia casa, gli specialisti in incursioni entravano là dentro da ogni buco. Qualche secondo, poi urla e spari. Mille voci impazzarono sulla frequenza della polizia, il sergente Gom si limitò a rispondere “Bel lavoro, ragazzi”. Qualche giornalista era già accorso sul luogo e faceva balenare lampi di luce accecante sulle piccole stille di pioggia che continuavano a cadere insistentemente sul terreno.
Il corpo esanime di un uomo con una bottiglia infranta in mano giaceva sulla fanghiglia, non lontano da una vecchia porta metallica divorata dalla ruggine. Il tessuto arrossato dei vestiti era lacerato in più punti e qualche rivolo di sangue andava ad arricchire una polla di acqua e fango a pochi passi dal cadavere.
La prima pagina del City News, la mattina dopo, ospitava una foto del sergente Gom che stringeva la mano di Ruben Ross, amministratore della Rossbank. Il sergente aveva recuperato i tre milioni di euro sottratti alla banca da alcuni professionisti del crimine in un’operazione brillante.
Un trafiletto sulla cronaca di quartiere annotava, invece, il ritrovamento del cadavere di un anziano barbone ucciso senza apparente motivo, non lontano dal Vecchio cementificio Hocker.
Nelle strade bagnate della grande città si mormorava della grande opera di giustizia resa, del crimine che non paga, dell’ingente somma di denaro recuperata. I caratteri cubitali della notizia rimbombavano negli encomi dei politici, nelle sequenze dei telegiornali, nelle voci della radio.
I trafiletti dell’ingiustizia insignificante, di chi sta ai margini, delle vittime senza nome, senza risposte e senza storia non hanno mai interessato nessuno, in fondo sono talmente tanti che scivolano silenziosamente di fronte allo sguardo del lettore.
"Cold silence has a tendency to atrophy any sense of compassion". Tool - Schism.
Oblivious
 
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