31/07/2006

Il ricordo di qualche istante sconnesso e uno o più spunti di riflessione isolati. In fondo, ciò che resta di un’esperienza vissuta si riduce a questo. Un flusso di coscienza su istanti e riflessioni reali di questo ultimo week end.
 
Questo è un post volutamente incoerente, disorganico e stemporalizzato.
 
Riflessioni
E’ una piacevole sensazione vedere un amico completamente rinato ma ancora più piacevole è l’ondata di energia positiva che ti investe avendoci a che fare.
A volte basta così poco per risanare dal mal di vivere. Un nuovo lavoro, una nuova relazione. Input diversi, possibilità inattese, altre pagine della propria vita da sfogliare con interesse.
In questi due giorni ho osservato un uomo che ha cambiato pelle: lungo la strada di notte, sui ruderi del nuraghe illuminato dalle stelle, fuori da una tenda, sulle piccole perle di quarzo di Is Aruttas ed infine intorno al tavolo sul terrazzo di casa sua.
Vorrei non aver dimenticato la fotocamera sul tavolino del telefono, i bei momenti tendono a farsi sopraffare dal malessere delle esperienze più cupe e qualche volta c’è bisogno di un fotogramma, un ceppo materiale che riporti alla mente con forza le sensazioni di un momento positivo.
Gavino Sale è un uomo che mi ha sempre dato un buon feeling. Non ha la stoffa del politico, la parlantina melliflua e suadente del raggiratore di professione. E’ un uomo semplice, schietto, con un carattere tutt’altro che irruento. Così può capitare che salga sul palco per salutare le persone venute a “Sa Festa Manna”, con le guance arrossate dal vino rosso, a dire due battute di trasporto, e non di calcolo, quasi impacciato. Guardando la gente seduta sui muretti tra is cumbessias del parco di Santa Cristina mi è sembrato di vedere una sagra di paese, nei colori, gli odori accesi dell’arrosto e del vino e i discorsi a voce alta che si mescolano nella folla. L’informalità umana e diretta di un movimento di persone fa da cornice agli ideali naif di questo piccolo “partito” che è l’IRS. E mentre ascoltavo quelle parole sul palco, quelle poche parole in croce, mi sono reso conto di quanto il grande teatro della politica, quello coi seggi e i ministeri, sia distante dalla dimensione degli uomini che dovrebbe rappresentare.
 
 
Istanti
Le onde trascinano il mio corpo sulla sabbia del bagnasciuga. Quei piccoli sassolini trasparenti rotolano sulla mia carne mossi dall’acqua salata. Il sole non ha ancora oltraggiato la mia pelle bianca per cui posso focalizzare la percezione sul piacere sensoriale di questo massaggio cadenzato di acqua e quarzo. Pochi istanti di puro e assoluto rilassamento tattile…
Sono schiacciato a sinistra. Ascolto le voci. R. parla con. V. , C. sta dicendo qualche cazzata, forse a me. A. è silenziosa, a quale universo meraviglioso starà pensando? I suoni mi scivolano addosso, nonostante abbia stampato in faccia quel solito sorriso da ebete. Forse annuisco con la testa e ribatto con una cazzata senza senso. In realtà voglio solo ascoltare, niente parole, niente cazzate. Voglio solo ascoltare e guardare fisso le ombre che fuggono a velocità folle sul ciglio della strada. Nel gioco della complicità non posso permettermi di perdere colpi, così ribatto, partecipo, ci sono. Vorrei poter indulgere a questo momento e lasciarmi abbandonare ad una luce, una sensazione, al suono indistinto delle loro voci.
S. mi sta raccontando qualcosa. Ascolto interessato, mi tengo le ginocchia al petto, sopra la sedia. C’è un piacevole fresco che mi procura un gradevole sollievo sulle bruciature. Tutti parlano con tutti, ma non c’è casino. Un ricciolo nero passa sulla fronte di S. : ho perso il filo del suo discorso. Annuisco sorridendo. Mi interessa realmente parlare di questo o di quello o semplicemente tutto ciò che mi importa è solo entrare in contatto con i mondi senzienti seduti intorno a questo tavolo?
E chi immaginava che S.A. fosse un artista? Niente male questo pannello. Mi ricorda uno degli schizzi che ho fatto tempo fa. I blocchi semicircolari che danno forma al volto sono riempiti di linee colorate ed ondulate. La forma che da un nome un oggetto, diventando radice del pregiudizio, è in realtà ricolma di miriadi di colori ed elementi senza forma. Come dire, una metafora della bellezza che si cela dietro la mera apparenza delle cose. Molto bello. Ma sarà poi questo il senso dei quest’opera?
La copertura della stazione di servizio proietta un’ombra sufficiente a lenire il calore dell’aria. Seduto su un gradino di pietra assaporo l’abbandono delle gambe sull’asfalto. Ancora qualche minuto e andrò via, sulla strada assolata. Ma per ora mi lascio andare alla freschezza di questo instante.
R. ha deciso di illuminare la volta del pozzo con la sua pila. R. di tanto in tanto ha questi lampi di genio… Io sto sotto con la sua fotocamera, anche se non so come funzioni. L’effetto è bellissimo, I conci squadrati del pozzo sono illuminati nel loro angolo sporgente, lasciando in penombra la facciata liscia. L’acqua riflette la luce bianca che scaturisce dal piccolo orifizio splendente, in alto, circondato da una delicata ghiera di pietra. Sto per scattare la foto. C. e V. dicono qualcosa dietro di me, sulla scalinata nel dromos. Un istante di distrazione e ho perso irrimediabilmente l’incantesimo del momento.
La ruota è a terra, la ruota di scorta c’è, ma non si trova la chiave per svitare i bulloni. C. cerca di fermare qualcuno, ma siamo in mezzo ad un’imboccatura di due ponti… quando si dice la legge di Murphy. R. dice che la chiave potrebbe essere sotto la ruota di scorta, io dico di no, che di solito non è così ecc. ecc. perdiamo tempo a cercare sta chiave e alla fine R. fa di testa sua e trova la chiave esattamente dove pensava che fosse. A volte farei meglio a tenere la bocca chiusa.
Ho dormito solo qualche ora e mi sento stranamente così riposato. L’energia della natura è veramente portentosa. Il luogo è lo stesso di due anni fa, il giallo secco delle sterpaglie, le rocce vulcaniche scure, il muretto a secco coronato dai rovi. La stessa sensazione. Le persone sono diverse ma l’ambiente è lo stesso.  
Il passato si ripete in questo piccolo quadro... o forse sono io ad avere imitato la mia memoria, ad aver inscenato una ricostruzione fisica di un istante perduto? Mi nutro della luce del sole che è così intensa a quest’ora del mattino. La stessa luce che riemerge dalla memoria
Potrei stare qui, sulla sommità di questo rudere megalitico, a guardare la volta stellata per tutta l’eternità. Un pipistrello mi passa a pochi palmi dal viso, una volta, due volte. La musica del palco, il vociare diffuso, i bolidi sulla strada. Tutto arriva dal di fuori. Tutto sta fuori. Dentro di me so che questo enorme bastione, la mia teca di pietra,  mi terrà al sicuro lontano dalla realtà almeno per un po'.
 
Sono solo pochi frammenti anche se comunque, nel tempo, potrebbero spuntarne degli altri, così come certe immagini potrebbero assumere più avanti un significato o un'importanza diversa. La memoria muta col mutare dei nostri sentimenti.
Adesso che ci penso ho fatto anche un sogno quantomeno curioso nella notte tra Sabato e Domenica: forse lo trascriverò. Non adesso comunque.
 


Oblivious
 
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19/07/2006

Tra le rocce desolate, a Wounded Knee, La Danza degli Spiriti
bambini, donne, anziani e giovani uomini.
Tutti insieme giacciono morti,
 
abbandonati nella tormenta come
rigide statue di ghiaccio avvolte
in drappi lacerati.
 
Si odono lamenti silenziosi nel vento
freddo, i versi di una triste
nenia soffocata.
 
E’ la Danza degli Spiriti che continua
mestamente nella notte gelata
della morte.
 
“La terra avvolgerà le sue zolle
sull’uomo bianco come una stuoia
che si arrotola
 
e un nuovo mondo sorgerà, e i bufali
correranno come un tempo sui
prati sconfinati
 
e tutti coloro che furono, i morti di cui
abbiamo memoria, torneranno dopo il massacro
a vivere tra noi”
 
Ma alla fine sono stati i posteri
a raggiungere gli avi
nella polvere.
 
E la giovane terra, e i bufali. Il tempo del sogno
e della libertà nessuno di noi
l’ha visto.
 
Solo un grande cerchio, spezzato
dal piombo rovente di un
popolo senz’anima.
 
Nei miei pensieri, amo immaginare
la grande danza andata a buon fine
e celato dalla morte
 
il popolo Lakota libero, in una
ridente terra lontana e fuori
dal tempo.
 
Dormite il vostro sogno anime pure, nella pace
che cercavate, tra i sassi del vecchio fiume
a Wounded Knee.
 
 Wovoka
Nel 1889 Il territorio Lakota subì l’ultimo di tanti smembramenti. Il territorio fu diviso in sei riserve separate. L’intento del Congresso degli Stati Uniti era quello di separare i sette fuochi: le sette tribù della nazione Lakota. Separarle per facilitarneil controllo e l'assimilazione al sistema americano. Divide et Impera. Intanto dal Nevada si diffondeva tra i Sioux la notizia di un grande sciamano Paiute, Wovoka ( figlio dell’iniziatore della “Danza degli Spiriti” Tavibo ), che aveva ricevuto una visione durante l’ultima eclissi. Wovoka era rimasto orfano da bambino e fu cresciuto da una famiglia di americani. In questo modo entrò in contatto con la religione cristiana ed in qualche modo ne rielaborò il messaggio cristiano/messianico in una nuova forma religiosa. Le basi di questa religiosità erano la giustizia, la fratellanza dei popoli indiani e la non violenza, uniti al rifiuto della tecnologia. La Wanaghi-Wachipi, conosciuta come “Danza degli Spiriti” assunse un ruolo centrale nell’esercizio di questa nuova religione, rimpiazzando l’ancestrale “Danza del Sole” che gli yankee avevano da tempo proibito. Furono Orso Scalciante e Piccolo Toro a portare le parole di Wovoka tra la gente Lakota, che accettò il culto adattandolo alle loro usanze, vietando così l’uso nella danza di vestiario creato dai bianchi e indossando delle vesti magiche che avrebbero protetto i loro portatori dai proiettili dei soldati.
 
Così come il cristianesimo originariamente fece presa sulla disperazione della povera gente e degli schiavi, allo stesso modo fece la danza degli spiriti con la popolazione indiana demoralizzata e ormai senza speranza. Il figlio di Dio sarebbe tornato sulla terra ( in una sorta di giudizio universale ) condannando i bianchi e facendo richiudere la terra sul loro mondo di filo spinato, ferrovie e palazzi, riportando al contempo la terra a com’era prima del loro arrivo e i bisonti sulle praterie. Gli antenati sarebbero tornati dal regno dei morti per vivere al fianco di tutti i credenti e il popolo indiano sarebbe vissuto in un’eterna e felice giovinezza.
 
La cecità del congresso americano indusse l’esercito a credere che la danza degli spiriti nascondesse in realtà un progetto di ribellione, al capo del quale sarebbe stato Toro Seduto. Il vecchio capo Sioux venne ucciso in uno scontro tra i suoi seguaci e la polizia il 14 dicembre 1890. Qualche giorno più tardi venne catturato anche il capo pacificatore Grande Piede, debilitato da una brutta polmonite, e scortato fino all’accampamento di Wounded Knee. L’area popolata con i Tipì venne circondata da un perimetro di guardie, mentre una batteria di diversi cannoni Hotchkiss venne appostata su un’altura. La mattina seguente gli indiani vennero raggruppati in cerchio di fronte ai soldati e disarmati. L’operazione di disarmo fu complicata, ma in qualche modo gran parte delle armi in mano ai Sioux venne requisita. Un giovane uomo, Coyote Nero, durante la perquisizione rifiutò di cedere il fucile che diceva di aver pagato caro, ne nacque una colluttazione nella quale partì uno sparo. Un soldato americano cadde.
 
Il cadavere di Grande PiedeFu l'inizio dell’inferno. I cannoni fecero fuoco sulla gente inerme, i soldati spararono nel mucchio, uccidendo casualmente i loro stessi commilitoni che stavano dalla parte opposta. Il settimo cavalleria ebbe la sua vendetta dopo la disfatta di Little Big Horn. Morirono 180 Lakota, tra cui donne, anziani e bambini. Grande Piede morì mentre cercava di alzarsi dalla sua lettiga. Tra i soldati del settimo e ottavo cavalleria morirono 25 uomini, quasi tutti caduti sotto fuoco amico. Per questa carneficina il congresso elargì 18 medaglie al valore ad altrettanti soldati. I corpi vennero lasciati tra la neve per tre giorni ( a causa del maltempo ) prima di essere sepolti in una fossa comune. Era il 29 dicembre 1890.
 
Racconta Dick Toro Sciocco, allora bambino e sopravvissuto al massacro: “Perciò proseguimmo per Pine Ridge, ma avevo visto. Avevo visto una madre morta con un bimbo morto mentre stava succhiando dal suo seno. Il bimbo aveva intorno al capo una fascia con su ricamata con perline la bandiera americana.” ¹
 
Per non dimenticare la condizione di un popolo reso schiavo dall’ipocrisia della democrazia.
E per non dimenticare che ancora oggi c'è chi cerca di imporre la propria libertà sugli altri popoli, e la storia ci insegna che tutto ciò che si può imporre sono solo sofferenza e dolore.
Perchè non esiste “Bene” o “Civiltà” che si possa imporre con la forza.


Per approfondimenti:  Wounded Knee Museum e  Morgana Observatory.


¹ Da "Miti e Leggende degli Indiani d'America" di Richard Erdoes e Alfonso Ortiz.
 


Oblivious
 
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12/07/2006

"He died very peacefully a couple of days ago."

Syd Barrett al tempo di Madcap Laughs ( 1969 )

 

Golden Hair

"Lean out your window, golden hair
I heard you singing in the midnight air
my book is closed, I read no more
watching the fire dance, on the floor
I've left my book, I've left my room

For I heard you singing through the gloom
singing and singing, a merry air
lean out of the window, golden hair¹"

Se n'è andato in silenzio. Ma la luce che ha illuminato la storia della musica continua a risplendere.

Shine on you Crazy Diamond.

 

¹ Il testo di questa canzone, da "Madcap Laughs", è in realtà una poesia di James Joyce, contenuta nella raccolta "Chamber Music" del 1907.



Oblivious
 
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10/07/2006

Alba assolata di fine agosto. La strada si è ristretta da qualche chilometro: la carreggiata dritta e spedita è diventata un serpente che ondeggia tra il granito e la macchia mediterranea. Correndo verso nord a destra ci guardano le rocce, i sentieri impervi che si abbarbicano sul Salto di Quirra, a sinistra, non troppo lontano, il cielo basso che si estende in lontananza fino a sfiorare il mare.

Tutto tace, la corsa sull'asfalto procede silenziosa. I suoi lunghi capelli dorati si librano nel vento e il suo profumo intenso pervade l'abitacolo... i miei occhi guardano sulla strada, ma il mio pensiero è affianco a me. Parete del castello di QuirraIl sole scala le nubi, la luce si riversa sul paesaggio. Tutto ciò che è intorno a noi è pura energia, potenza incandescente, acmen vitale che esplode con tutta la sua forza prima di addormentarsi nel silenzio autunnale.

Due, tre spiagge isolate dai canneti, danzano solitarie col mare sul bagnasciuga. Il tempo di assaggiarne l'essenza e via, di nuovo sulla strada. Nessun obbiettivo. Non per me. Lei vuole raggiungere una fantomatica e meravigliosa spiaggia bianca.  Io voglio solo assaporare gli spazi abbandonati, come vengono,  insieme a lei. Ogni piccola viuzza bianca nasconde un frammento di inestimabile bellezza. Ogni dosso, ogni alveo asciutto. Quando l'uomo è lontano la terra è libera di mostrare in tutta la sua magnificenza il suo incantevole aspetto.

Scorcio dal castello di QuirraSiamo giunti in un ampio bacino verde, irrorato da un paio di canali d'acqua poco profonda. In alto svetta la cima di una collina coronata dai ruderi di un vecchio castello. Lo guardiamo da una stretta mulattiera rasentata da un groviglio di rovi. Lo si vede a malapena, ma è circondato dall'azzurro vivace del cielo che lo riveste di una tinta seducente. Superato il budello di sterrate incomincia l'ascesa.

Il sentiero si perde nelle rocce, sento il suo fiato affannoso. Drawback dei nicotine-addicted. Il sudore scivola sulla pelle, il calore si condensa sul torace, contratto dal diaframma nella respirazione. La fatica acuisce la percezione. Di ogni cosa. La sensazione dello spazio aereo, la fragranza aromatica della macchia, il contatto stretto col suolo, la Sua presenza. Assoluta e consapevole presenza.

"In mezzo a tanta bellezza ogni fotogramma è Suo"Giunti in cima, gli scarni ruderi di un'idea che è ormai morta. Pochi calcinacci che tengono insieme i  sassi che un tempo erano bastioni insuperabili. Attorno lo splendore di una veduta dal sapore dimenticato. Puro e incomunicabile incanto...

 

In mezzo a tanta bellezza ogni fotogramma è Suo. Tutto è cornice di uno spazio interiore nel quale ho sentito, seppure fugacemente, una presenza vicina. Tanto vicina da poterla lambire con lo sguardo dell'anima. E non importa il dopo. L'innocenza del presente ha in se la leggerezza di un futuro costruito di speranze e illusioni. E in quel momento le mie illusioni si cullavano tra le braccia sicure della persona che amavo...

 



Oblivious
 
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09/07/2006

Finalmente ho terminato la nuova veste grafica del sito. Non ne sono del tutto convinto ma visto che non sono mai convinto di niente tanto vale postarla e via.

Dati tecnici:

Il template è semplice sia d'aspetto che di fattura. Ho evitato di metterci javascript e affini, ho preferito usare solo CSS ed eventi dell'HTML, così come ho evitato tabelle varie preferendo anche quì l'impaginazione con soli fogli di stile.  Il layout è stato testato con IE 6  e Firefox 1.5. Non dovrebbero esserci troppi problemi con le versioni successive di entrambi ma non oso immaginare quali problemi di visualizzazione possano sorgere nelle versioni precedenti ( soprattutto di explorer... per quanto abbia cercato di evitare l'uso di padding con width definite ecc. ). Per qualsiasi problema relativo all'aspetto del blog fatemi sapere.

Immagini e Crediti:

L'header è costituito da due fotogrammi presi dal film di Terry Gilliam "Le Avventure del Barone di Munchausen", "attaccati" con Photoshop usando un po di fotoritocco barbaro ( del tipo: creare di sana pianta 10 - 20 px di immagine e brutture affini :-P )...

I frammenti di immagini sono presi da opere di di diversi artisti: Alex Grey, De Es, H.R. Giger, Gustav Klimt, Kirchner, Van Gogh, Kandinsky, August Macke, Georg Grosz, Diego Rivera, Max Ernst, F. Launet, Yoshitaka Amano, Pui - Mun Law e Jean-Michel Basquiat. Una discreta maggioranza di pittori che hanno operato nell'atmosfera espressionista dei primi del 900 quindi ( una mia preferenza del momento ). Le immagini sono state reperite per lo più su Ciudad del la Pintura, sui siti dei relativi autori o in qualche anfratto sperduto del cyberspazio.

Altri crediti vanno a HTML.IT, Glish e Mandarin Design per le informazioni sui CSS e la risoluzione di problemi comuni.

Mi pare di aver dato il dovuto credito a tutti. "Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio e date a Me ciò che è Mio"¹. Amen.

¹ Vangelo copto ( gnostico ) di Tommaso, verso 107. Da "I vangeli Apocrifi" a cura di Marcello Craveri, ed Einaudi.



Oblivious
 
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06/07/2006

Ancora una volta...
sto lasciando scorrere via un volto che non vedrò mai più.
E' l'ennesimo deja vù, il solito vecchio canovaccio.
Tutto si ripete di nuovo,
la costante ridondanza di questa vita…
 
Che ne sarà del tuo sorriso, dell’immenso e meraviglioso mondo
che ho scorto delicatamente riflesso sui tuoi occhi cristallini?
Che ne sarà delle parole reali, di quelle immaginate,
dei pensieri che si sono sfiorati a pochi palmi di distanza,
di tutti i fili che ho reciso prima che il destino li potesse tessere…
 
La costante ridondanza della mia vita…
cerco di sfuggire al dolore che ho provato nascondendo il mio sguardo dietro
una parete di vetro, stringendo ogni volta i denti, non voltandomi mai
se non quando tutto è ormai passato. Subdola e invalicabile freddezza...
 
Tutto è come una leggera schiuma sospesa sulla pellicola d’acqua, insondabile,
inafferrabile, transeunte…
 
E ogni volta che entrerai per qualche istante nella mia vita,
che ne condividerai qualche briciola, che camminerai a fianco a me sul sentiero
di questa tortuosa esistenza, sarà solo un frammento destinato a svanire, a entrare
nel recinto polveroso della memoria.
 
Da "La città incantata" di Miyazaki
Volerai via portata dalle onde appena increspate del
mare che ti lascerai alle spalle. E quando sarai sparita
oltre la linea inconsistente dell’orizzonte
io starò li a guardarti.
Immobile sulla sabbia a guardare indietro, come sempre,
mentre ai margini del mio sguardo si agitano
le luci sfocate di un presente
che a volte sembra così lontano…


Oblivious
 
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01/07/2006

Apro gli occhi: il soffitto è al suo posto, così la finestra, il tavolo, lo schermo, i libri, i libri… le pile di libri… i fogli che straripano da ogni buco, da ogni angolo di questa trappola per topi.
Il cellulare è sempre li, è un terminale senza operatore. Uno, due, tre messaggi.
Chi mi ha telefonato? Cosa vogliono?
Ma che cazzo volete da me?

Guardo la porta. Bianca, immobile…
sono sicuro di voler uscire?
Devo.

Abbasso la maniglia.
Bagno, cucina, uno, due stracci da buttarmi addosso poi le scale, la porta.
Sono sull’asfalto. Il sole è alto, caldo, strabuzza energia come una fontana straripante,
ma nonostante tutto questa piccola via, di mattina, rimane sottovento. 
Chi parla, chi cammina, chi mi guarda da un balcone.
Che diavolo devo fare?
Devo scappare.

Apro la macchina,
specchietto, cintura, chiavi, il motore vibra,
giù il freno a mano, una sterzata a destra e la prima pietra è stata scagliata.
Rumori, voci, chiasso... non voglio sentire ciò che c’è fuori, non voglio pensare.
Apro un porta cd. Voglio un rumore indefinito, una cacofonia impersonale,
cerco, cerco ma non li trovo.
Dove sono finiti?
Mi giro, frugo dietro, tra fogli, libri, stracci,
una mano sul volante e l’altra che cerca. 

Arrivato al distributore mi fermo, sono nervoso.
Apro la portiera, scendo, abbasso il sedile,
incomincio a spostare tonnellate di cose, non dovrebbero essere in macchina.
Ma cazzo, cazzo!
Eccolo infine, è lui. Tiro fuori il cd. Lo inserisco.

Battito.

Altro battito.

Apro gli occhi,
giro le chiavi.
Sterzata a sinistra e via.

Stell dich tot. Stell dich tot… Gier!
GIER!

Luce.
C’è una marea di luce, l’asfalto fuma.
Terza, quarta, quinta. Il semaforo è rosso. E’ sempre rosso...
Aspetto, Un tipo mi guarda.
Obliquo.
Sarà la musica? Mi giro, lo guardo.
Tu non esisti.
Verde,
riparto, terza, quarta, via verso il mio obbiettivo.
Quinta.
Il lago, che cazzo lago,
l’INVASO. E' alla mia destra.
Canne, acqua, tubi, torri, case di cemento.
Reti, cartelli, reti.
Finto, artificiale.
Non è un lago, è un invaso.

Niedergang. Ende.
Schluss. Aus. Holle.
Ich Steh Auf!

Poi la strada alberata, i pini marittimi.
“Mi piace questa strada, con questi alberi.. sono bellissimi”
E’ la sua voce. Ancora la sua voce.
La tua voce. 
No, tu non esisti, non sei mai esistita.
Non è un ricordo, è solo un’allucinazione.

Alzo il volume.
Incrocio, curva, guard rail, alberi, la cava di sabbia.
Un cartello con scritto “GIRA”.
E’ la mia strada. La conosco.
Da sempre.
Il rumore delle ruote su quest’asfalto
vibrava sulla placenta.

Trance.
Le casse rimbombano.
Bum. Pausa. Bum. Pausa. Bum.
Tre minuti di trance. Dura tre minuti.
Rettilineo, curva, rettilineo, curva, rettilineo, curva a gomito, lunga, lunga.
Ancora rettilineo, liscio fino in fondo.
In fondo.
Dare precedenza, immettersi sulla sinistra, dare precedenza.
A destra c’è il fiume, lo stuolo di canne. La foce, 
la spiaggia con la rete di aghi colorati piantati al suolo.
Destra, sinistra, destra.
Sono arrivato.
Spengo lo stereo,
la macchina,
le luci.

Battito.

Altro battito.

Calco la mia terra, respiro la mia aria, ascolto la mia voce.
L’utero della mia anima.
Sono a Casa.
Non mi appartiene ma è MIA.
Lo scrigno della memoria: i mandorli secchi, l’erba gialla,
il muro grigio di blocchetti, le foglie d’uva.
Il campo, i sassi, la terra, pezzi d’embrice e ceramica sparsi in mezzo alle spine.
La casa dei morti.
L’hanno dimenticata, tutti.
Ma non io.

Mi muovo. Il ritmo dei passi.
Camminare.
L’asfalto brucia, è vecchio, spaccato. Arrivo al ponte.
Ancora le canne, i due argini di sassi e rete metallica. E cemento. Avanti.
Case, campagna, macchine bruciate, campi, una curva, un’altra. Anche una macchina.
Arrivo alla grande strada, sottopassaggio poi su
in mezzo alle colline.
In fondo, fino al maneggio.
Poi oltre.
E oltre.

Eccolo infine, lo vedo.
Un grosso dirupo coronato dalla chioma di un vecchio ginepro.
In alto. In cima.
Guado il ruscello, un piede su un sasso, uno sulla vecchia marmitta,
sono dall’altra parte. Il sentiero,
poi cisti, lentischi, olivastri e spine.
Spine.
Fatico, ho il fiato pesante. Voglio sudare.
Sudare.
Corro aggrappandomi agli arbusti, corro verso la cima.
Corro a quattro zampe, come i conigli.
Un animale.
Ho bisogno di arrivare in cima.
In vetta.
Presto. Il sole è caldo. É mezzogiorno.
Caldissimo. Brucia.
Arranco sulle prime rocce, sfilo come un serpente tra le fenditure.
Lo vedo. Il vuoto intorno. La roccia.
Il ginepro.

Ne sento l'odore. Intenso come lo immaginavo.
Lo afferro forte, faccio leva, mi sollevo.
Poggio i piedi sulla roccia.
Sono giunto, infine.

Battito.

Altro battito.

Manca solo una cosa.
Lo scopo.
Il fine.

Sono chiuso in una scatola, un globo di vetro che non mi lascia uscire.
Voglio evadere, voglio scappare, voglio parlare, voglio mostrare,
voglio essere, voglio essere, essere…
voglio urlare.
Eccolo il fine...

...Urlare.
Voglio cacciare fuori da questo corpo di cera la mia anima tutta d’un soffio.
Mi guardo intorno.
Si vede il mare in fondo.
La linea azzurra con le increspature dorate.
Lo guardo dall’alto della mia roccia.
Inspiro.
I dolci declivi d’un verde brunito aspettano in silenzio.
Anche il sole si è bloccato sopra la mia testa.

Chiudo gli occhi.
L’energia si incanala dal basso, percorre l’intestino, lo stomaco,
l’esofago e poi su, veloce sino alla gola.
Vibra forte mentre si scaglia con violenza sul palato,
rimbalza sulla lingua e fugge via,
nell’aria oltre le labbra.
La mia voce mi assorda dall’interno.
Comprimo i polmoni.
Forte, forte.


Via l'aria dagli alveoli,
dai bronchi,
dalla trachea.
Espiro completamente,
fino all’ultima
goccia d’aria.

L’ultima.

Battito.

Altro battito.

Silenzio.



Oblivious
 
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Cronologia

Current Inputs

» Rosetta
Un film che mi ha scosso. Crudo, brusco, assolutamente spietato. Un capolavoro dei fratelli Dardenne che ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 1999. La storia è incentrata sulla sopravvivenza, sulla miseria, fisica e interiore vissuta dalla protagonista in una esasperata lotta con la propria immagine sociale e la propria coscienza. L’atmosfera nervosa, le riprese in movimento e l’assenza di una colonna sonora ( il film è girato in odore di dogma 95 ) contribuiscono a dare forma ad un film che ha il duro sapore di una realtà che rifiutiamo di conoscere…
» 1001 Nights
Let's then dream… Da un progetto di Yoshitaka Amano e David Newman una piccola meraviglia su pellicola: è il sogno della principessa Budou, trasposto in immagini dal maestro giapponese con la musica della filarmonica di Los Angeles come sottofondo. Il risultato è un cortometraggio in cui colori e forme vorticano sullo schermo, inseguiti dalle note dell'orchestra californiana. Un gioiello che è più un dipinto in movimento che un semplice anime. Non posso che consigliare la visione di 1001 nights, ricordando che non bisogna ricercarne inutilmente un senso ma semplicemente lasciarsi trasportare dalle sensazioni audiovisive in quella che è il racconto di un sogno…
» Amores Perros
Amore e cani, un gioco di parole in spagnolo che getta un'ombra di disillusione su tutto il film… tre storie che si snodano nella metropoli messicana tra speranza e delusione, in cui è l’amore il vero regista, quell’amore che si scontra pesantemente con una realtà che lascia poco spazio alle illusioni. Un lavoro decisamente interessante, questo di Alejandro González Iñárritu, con spunti profondi e un montaggio molto ben riuscito. Girato nel 2000.

» Seppellite il Mio Cuore a Wounded Knee
La storia degli indiani d'america in terra statunitense durante la seconda metà dell'800, l'epoca west sulla quale sono stati girati kilometri di pellicola dagli anni 50 in poi, ma stavolta dal punto di vista di chi la spinta verso il west l'ha subita e cioè gli indiani stessi. Scritto nel 1970 dallo storico americano Dee Brown fu il primo colpo di scure all'immagine che di quell'epoca il cinema aveva trasmesso e quindi un primo e onesto sguardo alla realtà storica della sistematica oppressione di tutti i popoli indiani da parte del congresso degli USA.
» Senza Perdere la Tenerezza
Il ritratto di un uomo che è diventitato un icona senza perdere la propria semplicità e i propri ideali. La biografia del Che che Taibo Paco Ignacio II ha scritto riuscendo a mantenere intatto l'uomo reale che descriveva rispetto alla mitologia soverchiante che l'amore di intere generazioni ha creato sulla sua persona.
» Discesa all'Inferno
Di Doris Lessing. La lotta tra la realtà interiore e il conformismo obliterante che cerca di farci perdere la nostra dimensione personale in favore di una freddezza razionale che viene identificata come "normalità".

» Tool - 10000 Days
Dopo 5 anni di silenzio i Tool pubblicano un cd che, in quanto a melodie e tematiche, calca gli stessi passi di Lateralus. I ritmi e le note sono buoni, ma l'energia è nettamente inferiore al loro successo del 2001. Rimane comunque un ottimo cd musicale, decisamente sopra la media di quello che si trova in circolazione, ma di sicuro non abbastanza per chi era stato abituato ad una crescita costante nella qualità delle produzioni della band californiana.
» Massive Attack - Collected
Un greatest hits con i successi più importanti della band di Bristol. Interessante il secondo cd/dvd con diverse unreleased, remix e con tutti i bellissimi video prodotti. Un piacevole interloop in attesa dell'uscita di Weather Underground atteso per il 2007.
» Thom Yorke - The Eraser
Un buon cd, il primo da solista per il frontman dei Radiohead, ricco di spunti interessanti e buone melodie. Tuttavia, nel complesso, non al livello dei lavori dei Radiohead...
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